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13 maggio 2012

Dio in una sola parola

“Se ti chiedessero di dire in una sola parola chi è Dio per te, cosa risponderesti?”. Una persona a me cara in questi giorni mi ha rivolto questa domanda.
Non ho esitato.
In una sola parola Dio è amore.

Annalisa Margarino





6 maggio 2012

Rimanere, perché la vite è una pianta complessa

In questi giorni più volte a scuola ho rappresentato un albero per spiegare la vita.
Siamo alberi. Le radici sono la nostra origine, la nostra provenienza, la storia che ci ha preceduti e che ci ha voluti, la nostra appartenenza.
Il tronco è la nostra identità, ciò che ci struttura e costituisce di cui non possiamo fare a meno per essere.
I rami sono il futuro, ciò che siamo chiamati a diventare, l’espressione del nostro sentire e dei nostri desideri.
Raccontando l’immagine, facevo presente ai miei studenti che gli alberi cambiano. Il tronco e le radici crescono. Tutto si sviluppa e ogni tanto qualche ramo va reciso.
Sono stati tutti nella metafora che illustravo.
L’immagine della vite è più complessa.
La vite non è una pianta semplice, perché è una pianta costituita da tante esistenze. Senza i tralci la vite non può essere.
L’immagine delle radici, del tronco e delle sue ramificazioni vale anche per la vite, a ben guardare, ma con una logica più complessa. La vite vive proprio delle e per le sue ramificazioni. La vite senza i tralci muore.
Se si fa ben presente la natura della vite si capisce meglio l’invito di Gesù a rimanere.
Se noi non rimaniamo, togliamo esistenza all’intera vite. Se noi ci allontaniamo dalla vita in Gesù, il Vangelo, togliamo vigore alla vite.
È inevitabile, in quel caso, la potatura. È la condizione necessaria perché l’insieme continui ad aver vita. Quando si pota un ramo? Quando è secco, quando non produce più nulla, quando è senza vita, perché non faccia seccare altri rami.
Spesso questa immagine viene letta come una condizione sine qua non: seccare, essere buttati via e bruciati non è la condanna, ma la conseguenza inevitabile.
Il frutto è la conseguenza inevitabile del rimanere.
Seguendo queste immagini affiorano inevitabilmente delle domande: in che cosa dobbiamo rimanere? Rimaniamo nella regola? Perché dobbiamo rimanere?
Giovanni lo fa dire a Gesù in modo molto chiaro: rimanete nel mio amore. È questo il rimanere che ci è chiesto. Rimanere  nell’amore e nella relazione, non nella regola. Non ci è detto, infatti, come rimanere, ma di rimanere. La vite esprime proprio complessità. Nessun tralcio, nessuna fluorescenza, nessun frutto è uguale all’altro. Non rimaniamo dunque pedissequamente in una regola, in una norma, ma in un amore creativo che prende vita e si rinnova ogni giorno con noi.
Perché rimanere? Perché senza amore non c’è vita. Senza amore la conseguenza è la morte, la depauperazione, la stanchezza, la depressione, la chiusura. Per questo Gesù domanda a tutti di rimanere, perché non rimanendo si soffoca la vita, si preclude l’esistenza di ciascuno e di tutti.
La vite non è una pianta semplice, ma complessa. È un’immagine scomoda questa, perché non siamo chiamati a rimanere solo in Gesù, ma anche gli uni negli altri, coscienti che da ogni singolo tralcio dipende la vita degli altri.

Annalisa Margarino




29 aprile 2012

Ciò che saremo


“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non ci è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è” (1Gv 3,1-2).

La quarta domenica di Pasqua è contrassegnata da letture che attraverso il Figlio ci parlano del Padre e, di conseguenza, ci rimandano a quel rapporto speciale che intercorre tra il Padre e il Figlio e che, nella fede, siamo chiamati a vivere anche noi.
Degno di meditazione è il testo della seconda lettura tratto dalla Prima Lettera di Giovanni, il teologo dell’amore.
Amore, figliolanza e conoscenza sono i tre oggetti della sua lettera.
Sappiamo che per lui - e così dovrebbe essere per ciascuno di noi - Dio è amore.
Il primo atto d’amore del Padre è nel darci la possibilità di essere figli: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”.
Il ‘realmente’ finale dell’affermazione giovannea rafforza la verità dell’affermazione. Giovanni sa che il suo tempo è caratterizzato  di elaborazioni di pensiero, concetti filosofici e costruzioni della mente. Sembra voler dire a ciascuno dei suoi uditori: non si tratta di una ipotesi, di una costruzione della mente, ma davvero siamo figli di Dio perché così ci è stato rivelato dal Figlio e dall’amore mostrato verso di noi.
Sappiamo che essere figli vuol dire vivere secondo le logiche dell’amore che non sono quelle del mondo. È importante, a tal proposito, ricordare che per mondo Giovanni intende tutto ciò che sceglie di rimanere fuori dalla relazione con Cristo, non ciò che è male, impuro o ingiusto. Il mondo viene semplicemente contrapposto alla realtà dei figli di Dio, ovvero coloro che nel mondo hanno accettato la loro appartenenza al Padre. Gesù non si contrappone al mondo, ma viene a incontrarlo, definendosi egli stesso luce del mondo.
Al mondo viene data la possibilità di riconoscersi figlio e di entrare nella logica della relazione del Figlio e del Padre: l’amore che si dona.
Essere figli significa allora aprirsi all’amore e farsi tali, ovvero capaci d’amore.
Non è garanzia per il futuro. Non è un’assicurazione sulla vita.
La fede nel Padre e nel Figlio ci porta ad affermare la relazione di figliolanza, ma non ci permette di sapere ciò che saremo.
Spesso la fede viene confusa con una certezza sul ‘dopo’. Molte volte l’essere credenti viene inteso come un voler avere la garanzia sull’oltre vita.
“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non ci è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è”.
I versetti di Giovanni, invece, dicono altro. Dicono che non possiamo sapere ciò che saremo, perché non ci è stato rivelato. Possiamo credere che vedremo Dio potremo essere come lui, perché finalmente lo vedremo come egli è. In realtà, però, fino alla rivelazione finale non possiamo sapere come saremo.
Questi pochi versetti dicono tanto sulla fede, come capacità di accogliere un mistero che non si possiede pienamente, ma, se ben letti, dicono molto anche sul nostro vivere la fede.
“…ma ciò che saremo non ci è stato ancora rivelato”.  Possiamo leggere questa affermazione non solo come mancanza di garanzia sull’oltre vita, sulla nostra condizione dopo la morte, ma anche sul qui e ora.
Non possiamo sapere ciò che saremo se vivremo pienamente il vangelo di Cristo. Non possiamo sapere ciò che saremo se la nostra vita si relazionerà pienamente al Padre secondo il rapporto d’amore che intercorre tra Gesù e il Padre. Non possiamo sapere ciò che saremo se, come il Buon Pastore, anche noi impareremo a dare la nostra vita per gli altri. Non possiamo sapere ciò che saremo, amando. Non possiamo sapere ciò che la vita, camminando, ci chiama ad essere.
Spesso si identifica il cristianesimo con una certezza d’essere. Non è così. Amare significa avere l’animo pronto per un cammino, totalmente affidato, che ci porta a seguire i sogni di Dio che scopriamo passo dopo passo. Amare  significa affrontare difficoltà e morti a noi stessi che non possiamo prevedere. Amare significa riconoscere quell’amore che viene dal Padre prima di tutto, talmente straripante che non sappiamo dove ci condurrà.

Annalisa Margarino




23 aprile 2012

Vivere il tempo pasquale

È bello e necessario questo tempo pasquale che prosegue, perchè la risurrezione, la pasqua, la testimonianza del Risorto sono inaccessibili alle nostre vite.

I passi dei vangeli che narrano la risurrezione di Gesù e le sue apparizioni davanti ai discepoli hanno un’atmosfera particolare, come se le stesse comunità nate attorno agli evangelisti e desiderose di ricordare, fare memoria e testimoniare fossero consapevole della difficoltà che ciascuno di noi avrebbe provato nell’elaborare la risurrezione.

Il Figlio di Dio che muore in croce è già di per sè inaccettabile e non comprensibile secondo le logiche dell’umana ragione che privilegia l’idea di un Dio che interviene nella storia, mettendola a soqquadro con dinamiche di forza e di potenza. È inammissibile un Dio che viene crocifisso tra due ladroni, che soffre, che subisce il supplizio più grande di quel tempo e che viene condannato come un malfattore.

Il Figlio di Dio che risorge, però, è ancora più inconcepibile.

È inconcepibile la risurrezione di Gesù, quanto la nostra, perchè lontana dalle logiche terrene, perchè mai vista, mai vissuta.

Tutti abbiamo visto o vissuto la morte di qualcuno e tutti sappiamo che la morte appartiene alla vita, dato che è il traguardo finale dell’esistenza terrena di ciascuno di noi.

Con più difficoltà possiamo entrare nella logica della risurrezione.

Così fu per i discepoli che videro Gesù in carne ed ossa.

È significativo che i vangeli della risurrezione, in particolare Luca, insistano sull’essere vivo di Gesù, in carne ed ossa e non come un fantasma. Gesù risorge vivo. Gesù risorge completamente in corpo e spirito. È questo che è di difficile comprensione per noi. È il più grande mistero della fede, tanto che Gesù stesso è cosciente della fatica dei discepoli ad accogliere l’annuncio della sua risurrezione.

Mangia con loro, mostra loro le ferite, si fa toccare, cerca relazione proprio per mostrare la sua totale e piena risurrezione. Sa che i suoi qualche giorno prima hanno vissuto il lutto, la morte, la sofferenza e ora sono chiamati a confrontarsi con la vittoria su ogni morte, con una speranza nuova, con un nuovo annuncio.

Sa che il suo mostrarsi risorto è uno sradicamento totale dalla morte, dalla sofferenza, dalla disperazione. È la Pasqua, il passaggio che vince la morte.

È difficile comprendere il mistero della risurrezione e forse, in vita, credenti e non credenti, dobbiamo accettare di non possederlo. Possiamo nutrire la fede in Cristo risorto, possiamo credere che risorgeremo, ma dobbiamo accettare anche la dimensione di mistero, facendo memoria dello stupore che i discepoli hanno vissuto nel vedere il loro Gesù risorto. Leggendo e sfogliando le pagine del vangelo che narrano la risurrezione viene spontaneo immaginare le espressioni degli apostoli e dei discepoli piene di stupore e di meraviglia, forse anche di paura, di sorpresa.

Non capiscono, anche se vedono. Non comprendono, anche se Gesù parla loro. È significativo che nei racconti della risurrezione gli apostoli parlino poco. Sono il silenzio, la contemplazione, l’ascolto, il desiderio di comprendere e capire ad avere il predominio.

Capiranno, comprenderanno, proveranno gioia con il dono dello Spirito Santo. Soprattutto accoglieranno il mandato di testimoni, trasmettendolo a loro volta alla Chiesa, comunità di fede unita nel nome del Risorto: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Nel nome del Risorto saranno predicati la conversione, ovvero l’invito a un nuovo sguardo sulla vita e sull’esistenza di tutti, in quanto la morte è vinta per sempre e il perdono dei peccati, ovvero quella misericordia totale che Gesù vivente ha insegnato ai suoi. Conversione e perdono. Sguardo nuovo sulla vita e amore smisurato. Sono questi i doni del Risorto che affida alla Chiesa.

Tempo di Pasqua, tempo utile e necessario per riflettere sul nostro essere Chiesa, testimone del Risorto. Gesù appare ai suoi comprendendone i dubbi e la fatica. Emerge, in particolare, molta dolcezza, delicatezza e comprensione nelle apparizioni del Risorto, perchè la morte è vinta per sempre, ma sulla terra è difficile comprenderlo, accettarlo e riconoscerlo. Occorre amore e dolcezza per fare entrare nei cuori la logica della risurrezione per tutti e della salvezza che viene dall’amore di Dio per tutti.

 

Annalisa Margarino




15 aprile 2012

La Pasqua di Tommaso

Siamo nella Pasqua, nel tempo del Risorto. Gesù è uscito dal suo sepolcro, di nuovo tra i suoi. L’arte paleocristiana spesso rappresenta la fuoriuscita dal sepolcro di Gesù con un’iconografia piuttosto significativa di tanti sepolcri che vengono aperti e tanti corpi liberati. Gesù esce, ma i suoi sono chiusi nel cenacolo.

Se si sfogliano le pagine dei vangeli dedicate alla risurrezione – non a caso poche, perchè la risurrezione è qualcosa di inenarrabile per la sua straordinarietà – emerge questa doppia dinamica di chiusura e apertura.

Il sepolcro si apre. Il Figlio di Dio è risorto. È il tempo dell’esodo di Dio. La morte, chisura definitiva della vita di ciascuno, è vinta per sempre. Mentre il sepolcro si apre, gli apostoli rimangono chiusi nel cenacolo. È la paura della morte vissuta che li trattiene. È la condizione della depressione che rinchiude, isola.

Non è difficile per noi visualizzare la scena degli apostoli chiusi e radunati tra loro, con le porte sbarrate, nel cenacolo. Li vediamo seduti a scambiarsi ogni tanto qualche parola sugli eventi, presi e concentrati nei loro pensieri. Tristi e delusi.

Quando Gesù appare ai suoi dal racconto di Giovanni, sappiamo che Tommaso non c’è. Segno di ribellione, di non rassegnazione e di desiderio di dar seguito alla vita dopo la morte del suo Gesù.

Ci concentriamo sempre sul ritorno di Tommaso e poco sulla sua assenza.

Anche l’allontanamento di Tommaso, un’uscita di fatto, può essere pieno di senso. Tommaso non vuole rimanere chiuso. Non vuole fermare la vita. La rabbia e la delusione sono già tante, perchè fermare anche l’esistenza? Sembra che sia l’unico che non teme di aprire le porte del cenacolo. Gli altri hanno paura. Se aprono quelle porte possono rischiare la vita, può iniziare il tempo della persecuzione e poi si domandano che fare una volta rigettati nella vita. Hanno lasciato le reti, il banco dell’esattoria delle imposte. Che faranno ora?

Tommaso, invece, esce.

Sicuramente lo muove la ribellione, insieme alla rabbia. Non ha fede? Spesso abbiamo concluso così. L’incontro con Gesù ci fa meditare sulla fatica a credere di Tommaso. Non ci viene da pensare che forse più di altri ha colto l’invito pasquale delle donne: “Vi precede in Galilea”.

Tommaso non comprende la logica della risurrezione. Non può, perchè non è afferrabile dalla ragione, ma accoglie l’invito ad uscire, a riprendere il quotidiano, a superare la paura e la depressione. Sembra che il suo sentire sia nel reagire alla morte, sembra dire a se stesso: è morto, ma non può fermarsi tutto qui.

Tommaso sa solo questo, tra rabbia e incomprensioni, ed esce.

Gesù intanto entra, appare ai suoi radunati. Augura pace e dona lo Spirito.

Sono due doni di apertura, di invito ad uscire dai meccanismi di chiusura e di tristezza che li attanagliano.

“Pace a voi” è l’augurio di Gesù ed è il suo invito a liberare paura, angoscia, senso di delusione. È un incoraggiamento a non essere tristi, insieme  al dono dello Spirito che consola e permette di vivere la Pasqua, ovvero il tempo che si apre con il Risorto.

Lo Spirito antepone alla morte del Figlio la vita nel Figlio.

Mentre Gesù porta pace e dona lo Spirito ai suoi, Tommaso è per le strade. Probabilmente non parla. Tace e si guarda attorno. Per uscire dalla dinamica di paura e morte, per abbandonare lo stato di lutto, bisogna innanzitutto riaprire gli occhi e osservare. Forse al movimento degli occhi si accompagna quello del cuore che si domanda il significato di quel momento e come fare a stanare i suoi compagni.

Torna. Gli dicono che Gesù è risorto. Lui lo sa. Aveva già sentito le donne, le prime che sono uscite dalla depressione.

Non crede che gli altri l’abbiano visto. Non può. Non è umanamente possibile. Risurrezione in quel momento per lui significa semplicemente reazione. In quelle parole coglie il desiderio di reagire, di uscire. Gli sembrano parole illusorie per consolarsi. Lui pensa di avercela fatta, anche senza vederlo. Lui pensa che vivere secondo la logica della risurrezione significhi uscire, aprire le porte del cenacolo, farsi forti.

Non crede nelle consolazioni di Dio. Non crede, finchè il Figlio di Dio risorto non gli appare davanti. Stravolgimento di ogni umana ragione.

Gesù conosce Tommaso e sa che lui ha bisogno di segni concreti, di tangibilità.

In fondo, è il primo a uscire dal cenacolo, a vivere da uomo della Pasqua, ma è l’ultimo dei suoi ad accogliere l’annuncio di Cristo risorto.

Lo accoglierà vedendo i segni dei chiodi, conferma di quell’amore che Tommaso sente e custodisce e che gli fa esclamare la più grande professione di fede della storia: “Mio Signore e mio Dio!”.

Si potrebbe e si deve riflettere in questo contesto sul rapporto tra credere e vedere, ma forse è bene anche meditare sulla fede implicita di questo apostolo che, pur non sapendo, vive la logica della risurrezione fino a quel riconoscimento pieno, a quella professione di fede e a quel rapporto rinnovato: “Mio Signore e mio Dio!”.

Siamo come Tommaso ogni volta che viviamo e rompiamo i sepolcri della nostra esistenza, vivendo secondo la logica del Risorto. Viviamo come Tommaso ogni volta che il vivere dichiara e grida, pur non sapendo, che la morte non è l’ultima parola e che ci è chiesta una capacità di riapertura, anche quando non capiamo e non si colgono ancora i segni del Risorto.

Tommaso crede perchè vede, è vero, ma crede anche perchè riconosce un linguaggio noto, il linguaggio di Dio ed è pronto a rispondere alla più bella dichiarazione d’amore.

Pasqua, allora, per lui non sarà solo saper uscire dal cenacolo, ma incarnare il Vangelo d’amore nell’esistenza e proclamare la fede nel suo Dio di salvezza.

La morte è vinta per sempre per lui.

 

Annalisa Margarino




8 aprile 2012

Pasqua: un Dio che ci precede

Pasqua, tempo in cui celebriamo le meraviglie di Dio.

Ricordiamo la liberazione dalla schiavitù del popolo ebreo che attraversò il mare e non fu più sottomesso al popolo dominatore. Ricordiamo e riviviamo la liberazione dalla morte con la risurrezione di Cristo.

Preghiamo Dio che in due alleanze è intervenuto per la liberazione dell’uomo, dell’oppresso, del perseguitato, del disperato, dell’affaticato.

Gli uomini che fanno parte di un popolo rappresentano una moltitudine, sono diversi e con storie differenti. Egli, quel giorno, aprì le acque per tutti. Sappiamo oggi che aprire le acque è segno di rinascita.

Il mattino dopo gli Ebrei si sono svegliati in una terra estranea, ma non ostile. Dovevano camminare a lungo e affrontare il deserto, per raggiungere la Terra Promessa.

A Pasqua non si festeggia il raggiungimento della Terra, ma l’inizio di un cammino.

Si aprono le acque come inizio di un percorso di liberazione.

Lo stesso possiamo dire oggi ricordando quella frase lasciata dall’Angelo alle donne: “È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto” (Mt 28,7).

È un inizio. È il culmine del mistero dell’incarnazione, ma per i discepoli è l’inizio di un percorso che si gioca sulla fede.

Cristo è risorto. La morte è vinta per sempre. Questo significa che siamo chiamati a vivere secondo la categoria della risurrezione e dell’attesa del Regno. Gesù, con le parole dell’Angelo, rimanda i suoi in Galilea, nella vita, nella quotidianità.

Infatti è nella vita, nella quotidianità, nelle nostre comunità che siamo invitati a vivere secondo la logica del Risorto che antepone la vita alla morte, la libertà all’oppressione e a tutto il comandamento dell’amore.

“Li amò fino alle fine” ricorda il giovedì santo. Questo amore incondizionato arriva fino alla Pasqua di risurrezione che è un monito di quanto siamo preziosi per Dio. Ci ha fatto deboli, non eterni, fragili, spesso incapaci di amare. Trascorriamo vite intere per imparare l’amore, fino a quando non lo vedremo faccia a faccia in comunione con il Padre da cui viene l’amore per l’umanità.

Pasqua, tempo di passaggi per Dio e tempo di passaggi per l’uomo. Si aprirono le acque del Mar Rosso. Apriamo le nostre vite al Dio d’amore e al Figlio risorto per amore estremo.

Buona Pasqua!

Annalisa Margarino




5 aprile 2012

Lettura esistenziale del Triduo pasquale

Inizia un tempo liturgicamente importante.

La Chiesa rivive intensamente l’atmosfera di quei tre giorni.

Sono i tre giorni, prima della Pasqua, che sintetizzano il mistero del Figlio di Dio fatto uomo.

Anche noi, con gli apostoli, riviviamo questo tempo.

 

Giovedì. Gesù istituisce l’Eucaristia perchè tutti possiamo rimanere in comunione con lui. Lava i piedi ai suoi. E lascia il suo testamento d’amore. Prega. Attende. Aspetta il momento del dono finale, dell’atto estremo d’amore, tra angoscia, paura, desideri di fuga e dialogo profondo con il Padre. Domanda compagnia, ma i suoi hanno paura. Dura realtà perchè alla morte si arriva da soli. Viene tradito con un bacio, simbolo dell’amore umano.

 

Venerdì. È il giorno del processo a Gesù. Quanti processi disumani nella storia! Il suo è uno di quelli. Gesù viene torturato, calunniato e processato. È il giorno della via del Calvario, della crocifissione e della morte. È anche il giorno della sepoltura, una sepoltura anticipata e vissuta di fretta, perchè il giorno dopo sarebbe stato shabbat e non sarebbe stato possibile nè seppellire, nè fare visita ai morti. Non importa se si trattava del Figlio di Dio, morto in croce per amore.

 

Sabato. Gesù è morto. Tutto tace. Tutto è sospeso, interrotto. È il giorno del silenzio. È il giorno in cui si vive il silenzio di Dio. La passione trova sintesi in questo giorno in cui il Figlio di Dio non è ancora risorto. Nessuno spera nella sua risurrezione. Nessuno può attenderla, perchè al di fuori dell’umana ragione. È il giorno della latenza. È il giorno sospeso.

 

Possiamo riprendere questi giorni.

Quanti giovedì santo, venerdì santo e sabato santo nelle nostre esistenze.

In questo tempo, mi sono trovata più volte a meditare il Triduo come cifra dell’esistenza.

 

Giovedì: è il giorno dell’amore smisurato, che si dona e dà la vita. Nessuno può vivere senza amore, senza chiamata all’amore e senza essere amato. Possiamo venire al mondo, per sbaglio, senza amore, ma non possiamo rimanere al mondo senza atti d’amore. È l’amore che dà significato all’esistenza. Crescere comporta imparare ad amare, a ricevere amore e a ricambiarlo. Il giovedì santo è anche il giorno della comunione. Nessuno vive isolato, senza legami, senza reticoli. Questo giorno ci mette di fronte al bisogno di ogni essere umano di trovarsi a cenare insieme, a condividere. Solo cenando insieme e dividendo il proprio pane, si possono vivere atti d’amore. Solo condividendo, la vita di ciascuno diventa pane. La lavanda dei piedi è un’altra cifra dell’esistenza: è difficile lasciarsi amare, non solo amare. In questo giorno siamo chiamati a riflettere sull’estremità dell’amore che è disinteressato, smisurato e non calcolato, ma che mette in gioco rapporti di bidirezionalità di scambio, donazione e ricezione. Il rischio dell’amore, a volte, è anche il tradimento, la capacità di non corrispondere, di non saperlo contenere. Meditiamo i nostri atti d’amore e i nostri tradimenti. Riflettiamo su quelle volte in cui non siamo stati capaci d’amare abbastanza.

 

Venerdì: è il giorno della crocifissione, della passione. Quanti venerdì santo nella vita di ciascuno. In questi giorni pensavo ai venerdì santo del nostro tempo: un uomo che improvvisamente perde il proprio lavoro, una coppia in crisi, un giovane che non riesce a inserirsi nell’attuale società, una donna che ha subito violenza, le morti di fame dei bambini del mondo, le popolazioni oppresse, le morti sul lavoro... Sono tanti i venerdì santo dell’esistenza umana. La passione di Gesù ne è l’immagine. Il venerdì santo, però, non è solo sofferenza, ma anche capacità di mettersi in gioco totalmente. È l’atto finale di Cristo, prima della risurrezione. Gesù, con il volto indurito, accetta la croce. Forse non ne avrebbe potuto fare a meno. È il giorno del compimento del desiderio di Dio. Associamo sempre il venerdì santo al giorno del lutto, della tristezza, della sofferenza. È così, è il giorno dei lutti dell’umanità, ma è anche il tempo in cui trova compimento il desiderio d’amore. Gesù il venerdì santo patisce. Soffre e ama. Sofferenza e amore sono la sintesi, non solo sofferenza, perchè il suo consegnarsi alla croce è espressione del desiderio. È il suo darsi estremo. Così il venerdì santo diventa immagine anche dell’amore per la vita. Gesù non muore per disamore, ma per amore totale. È il giorno quindi in cui ci si mette totalmente in gioco, in cui si vive attenti, in cui non si teme di portare fino in fondo ciò a cui si è chiamati, forse anche la morte. In questo giorno anche noi possiamo meditare sulla necessità delle nostre piccole morti quotidiane per non vivere distratti, dominati e schiacciati. È il giorno in cui Gesù viene sepolto. Per risorgere, bisogna avere anche la forza di far morire pezzi di sè e seppellirli.

 

Sabato: è il giorno del silenzio. Non suona nessuna campana e non si celebra liturgia. Il XX secolo è stato il secolo della morte di Dio. Si è scritto molto sulla morte di Dio, sulla sua assenza, sui suoi silenzi. Il sabato la rappresenta. Non è una morte però che dice assenza, ma una morte che dice attesa, latenza, sospensione. Tutto tace perchè Dio è morto. Il Padre e il Figlio stanno in silenzio. È l’unico giorno in cui non si celebra la comunione, perchè siamo chiamati a vivere la mancanza, il silenzio, il vuoto. È quasi inutile cercare il senso di questo giorno che il XXI secolo vive particolarmente. Il sabato santo dell’esistenza è il tempo della depressione. È il tempo in cui domina la domanda senza risposta. È il tempo in cui rimaniamo in attesa che qualcosa avvenga, che qualcosa cambi. I sabati santo dell’esistenza sono tutti quei momenti dell’anima in cui domina la domanda, piuttosto che l’ansia di dare risposta. Sono i giorni senza speranza, ma sono anche i giorni dei passaggi dell’anima. Nessuno, come l’uomo d’oggi, può comprendere meglio il sabato santo.

Se non passiamo per il sabato, non arriviamo alla domenica, tempo della risurrezione, della rinascita, della vita nuova.

 

Bisogna vivere l’attesa per rinascere.

 

Buon triduo santo!

 

Annalisa Margarino




1 aprile 2012

La Passione di Dio

Entriamo nella Settimana Santa. È la Domenica delle Palme. La liturgia ci accompagna con Gesù a Gerusalemme. Ci vediamo anche noi tra la folla festante e tra gli apostoli confusi e disturbati dagli eventi. Cosa sta accadendo al loro Maestro? Perchè questo strano ingresso a Gerusalemme?

Le letture di questa domenica, in particolare il vangelo, ci introducono nei giorni santi che seguiranno. Giorni di passione.

Passione. Leggiamo e ascoltiamo la Passione di Gesù. È il mistero più grande della vita cristiana, insieme all’incarnazione. Incarnazione, morte e risurrezione.

In questi giorni ci fermiamo sulla morte. Sono gli unici giorni dell’anno in cui sostiamo davanti alla Croce. È l’unico momento per meditare la morte del Figlio di Dio. È l’unico tempo che ci è donato per soffermarci in contemplazione della Croce.

Tempo di silenzio, tempo di Passione.

Passione è la parola che ci accompagna. Il vangelo proclamato in chiesa durante la liturgia viene anticipato con la formula ‘Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco’.

Ascoltiamo e meditiamo la Passione.

Ricordo tempo fa una persona a me cara che mi disse che da ragazzina quando le chiesero cosa fosse la passione aveva risposto che era l’amore, un sentimento forte.

Oggi questa risposta mi dà molto a pensare. Abbiamo associato questo concetto alla sofferenza, al tempo della crocifissione di Gesù, al suo strazio e alla sua disperazione nell’Orto degli Ulivi e al dolore sulla via del Calvario fino al Golgota.

È così, Gesù ha sofferto.

Ha sofferto per passione. Ritorna allora il senso originario di questa espressione. Passione è il  grande amore di Gesù. È stato il grande amore per l’uomo e per il Padre che ha portato Gesù in croce. In questa passione ci siamo tutti. Fedeli, traditori, rinnegatori, indifferenti, fuggiaschi e uomini e donne senza risposta, convertiti dell’ultimo minuto e impauriti dal mistero di Dio. Tutti inclusi e tutti amati in questa passione.

Passione di Dio abitata. Tempo di ascolto della morte, della sofferenza, del Calvario, ma anche tempo d’ascolto dell’amore smisurato e senza tregua. Tempo di amore disperato che domanda sollievo al Padre. Tempo di amore che non si contiene fino al dono totale.

Cifra di tutto è il testamento di Gesù poco prima di consegnarsi alla morte: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato.

Queste parole ci donano la comprensione dei giorni santi che seguiranno. Queste parole accompagnano Gesù alla Croce e ci seguono mentre contempliamo la Croce in attesa della risurrezione. Amiamoci fino alla fine, come lui ci ha amati.

 

Buona Domenica delle Palme.

 

Annalisa Margarino

 




25 marzo 2012

Come chicchi di grano

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Quante omelie, esegesi, parole, riflessioni sono state spese e dedicate a questo versetto di Giovanni, fino alla creazione di una vera e propria spiritualità, forma mentis, modalità di stare nella vita.

Spesso infatti a questa affermazione di Giovanni, riferita alle ultime parole di Gesù, è seguita una conclusione in modo quasi lineare, logico: i cristiani si devono disprezzare, non devono amarsi, devono essere pronti a sacrificare tutto in nome della fede.

Ci soffermiamo spesso infatti a leggere solo questa affermazione, dimenticando parole come gloria, glorificazione, innalzamento al cielo e soprattutto l’ultima affermazione: “attirerò tutti a me”. Le parole di Gesù vanno ben oltre, quindi, a mettere in gioco totalmente la propria vita, promettono anche gloria (ovvero riconoscimento del giusto valore per il Figlio di Dio e per ciascuno di noi) e soprattutto vita eterna. Spesso però queste promesse vanno in secondo piano, rispetto all’invito iniziale: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

È necessario soffermarsi un attimo, allora, sull’immagine usata da Gesù, come spesso accade, tratta dalla vita dei campi. Il chicco di grano per produrre frutto deve morire. Non deve annullarsi, non deve annichilinirsi, non deve sacrificarsi. È la sua storia: il chicco di grano è destinato a portare frutto unendosi alla terra, trasformandosi e producendo la spiga. Abbiamo letto queste righe come un invito alla morte. Non sono, invece, un invito alla vita, all’amore, al dono di sé? Non sono righe estremamente concrete? Quante volte nelle nostre esistenze non abbiamo sentito che era opportuno rivedere alcuni aspetti dei nostri percorsi, del nostro modo di stare al mondo, di affrontare le situazioni per poter essere più presenti nella vita? Quante volte abbiamo ritenuto opportuno che alcune parti di noi dovevano ‘morire’ per privilegiare altri tratti del nostro essere più vitali, più umani, più importanti? Quante volte abbiamo anche fatto tale scelta in nome di un altro, un fratello, un amico, la persona amata, un compagno di percorsi? Quante volte ci siamo detti che ‘morivamo’ per dare più valore a qualcuno che veniva dopo di noi o per amore di una persona?

Sono passaggi di morte o passaggi di vita? Ci annullano o ci rafforzano? Ci negano o ci danno possibilità più autentiche di stare nell’esistenza?

Primo chicco di grano è Gesù. Sappiamo che è stato al meglio in questa metafora: è morto per risorgere e  per fare sì che tutti fossimo attratti a lui e inclusi in questa vita eterna.

Nel Cantico dei Cantici si legge che l’amore è forte come la morte. Solo l’amore vince la morte, solo l’amore resiste alla morte.

L’invito a morire, allora, in questa ultima domenica di Quaresima si trasforma in un invito a vivere, offrendosi, come chicchi di grano, non per una forma di mortificazione fine a se stessa, ma per amore, perchè si considera importante la vita in cui ci si dona.

In questo modo trova senso anche il versetto immediatamente successivo alla metafora: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. Anche qui quanti fraintendimenti, quante forme di spiritualità sbagliate. Con i i rimandi alla rinuncia, al fioretto, al sacrificio abbiamo messo da parte il senso profondo di questi versetti. Non sono un invito al disprezzo, alla negazione, alla mortificazione di sè. Ricordiamo che il Vangelo di Giovanni è il vangelo della luce, del pane come simbolo eucaristico, dell’imperativo cristiano dell’amore! Questo versetto è la conseguenza del primo: non vivete su questa terra secondo le logiche dell’autoconservazione, del tutelarsi, del non cambiare per la paura di perdersi, ma secondo la logica del chicco di grano che si trasforma e che dona. È disamore per la vita? No! È credere che tutti siamo qui per dono. È riconoscere che la vita di tutti cambia e si rafforza se si escludono le logiche del privilegio e dell’autoconservazione. È credere che spetta al Padre glorificarci a attirarci a sè. A noi spetta solo vivere come chicchi di grano che non temono di cadere nella terra, diventare spighe e farsi raccolto.

 

Annalisa Margarino




11 marzo 2012

Non fate della casa del Padre mio un mercato

"L’essenziale è invisibile agli occhi". Il Vangelo che narra della scacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2, 13-25) fa risuonare in me questa frase di Antoine de Saint-Exupéry. Anche per Gesù è così: l’essenziale è invisibile agli occhi, anzi, l’essenziale va al di là della vista. L’essenziale è nel cuore di ciascuno di noi.

La reazione di Gesù al tempio è sempre un momento consolatorio e confortante per molti perché ci rimanda ad una fede fatta tutt’altro che di esteriorità e di esternalizzazioni. La fede di Gesù non è una fede zelante, ma amorosa, di relazione, di interiorità e intimità. Non è una fede mercato.

La frase di Gesù, così confortante, si fa anche imperativo. In questo tempo, in cui è facile vivere secondo una mentalità di mercato, anche involontariamente, Gesù ci invita a non vivere così le cose di Dio, ma nell’autenticità ed essenzialità.

Essenzialità è l’invito di Gesù. Essenzialità nel rito, nell’esternalizzazione della fede, nell’esprimere la propria relazione con Dio. La fede non è merce e Dio non è un oggetto di consumo.

Sembra scontato, è vero. Ma quante volte, involontariamente, cerchiamo di ‘vendere’ all’altro Dio, perché ci fa piacere che sia uno di noi? Oppure quante volte cerchiamo di ‘vendere’ modi di amare e adorare Dio? E se ci fossero tanti modi diversi per amare Dio?

In questo passo del Vangelo in cui Gesù si ribella con una ritualità ordinaria, non dobbiamo dimenticare che per il suo tempo era così, Gesù ci pone di fronte ad un altro tempio che non è un edificio, nemmeno un’assemblea armonica di persone, ma il suo stesso corpo. Lo spazio fisico del tempio, della chiesa, per noi, allora, si fa spazio personale. Non crediamo in un’ideologia, in un’idea bella da diffondere, ma nel Figlio di Dio, nel Verbo fatto carne, che si fa tempio per noi e che domanda, incessantemente, di non essere venduto, mercanteggiato, perché il rischio sarebbe, all’opposto, di trovarci nella condizione simile a quella di coloro che hanno diviso le sue vesti. Invece, smantellando il tempio, Gesù ci dice che nella sua casa ci sono molti posti proprio perché non c’è bisogno di pagarli a caro prezzo, ma sono gratuiti, offerti.

Annalisa Margarino



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