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3 settembre 2010

Sulle fondamenta della vita cristiana

“Hanno fatto un brutto lavoro! Hanno ristrutturato questo edificio pochi mesi fa e già cade a pezzi!”.

“Che incuria!”.

“Se avessero fatto meglio il lavoro, ora non dovremmo rifare tutto”.

 

Quante volte sentiamo e pronunciamo espressioni di questo tipo.

Quanti disastri avvengono per l’incuria dell’uomo e per disattenzione.

Edifici che crollano, strutture fatiscenti, progetti interrotti.

Lavori portati a termine malamente, lavori interrotti, lavori non iniziati.

Progetti senza testa e soprattutto senza cuore.

Progetti dimezzati. Progetti senza vita.

Sono i progetti che animano gli edifici, ma spesso sono i progetti che animano la nostra esistenza.

Quante strade abbiamo interrotto perché a metà ci siamo accorti che mancavano le forze necessarie?

Quante scelte sono crollate perché le fondamenta erano fragili?

Ognuno, se riosserva la propria esistenza, si imbatte in strade interrotte da se stesso o da un suo prossimo. È la vita, è la costituzione fragile dell’umano.

Abbiamo tutti timore quando intraprendiamo una via del commento “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Ci mettiamo per strada e speriamo di giungere alla meta.

Percorsi interrotti. Mete non raggiunte.

Ogni progetto, ogni costruzione ha bisogno di strumenti, basi, fondamenta, possibilità di realizzazione, interesse.

Vale anche per il cammino di sequela.

Posso io seguire integralmente Gesù e il suo vangelo, se mi aggrappo e se sono dipendente ai miei vincoli?

Crea sempre schock l’affermazione di Gesù “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. È stata spesso motivo di discussione e motore per scelte radicali.

Non vuol significare forse che spesso trasformiamo i nostri rapporti, le nostre relazioni in vincoli di dipendenza?

Gesù non domanda di disinteressarsi dei propri affetti. Sarebbe antievangelico. La vita cristiana è costituita da affetti. Non vuole distacco ascetico. Sarebbe semplice leggere il vangelo così. Gesù vuole che tutto dai legami, alla costruzione della propria vita, ai percorsi compiuti proceda dall’amore per lui e per il Padre che è amore fecondante.

Il discepolato, così, sarà anche nella strutturazione dei propri affetti e nelle scelte dei percorsi. Seguire Gesù non comporta disinteresse per l’altro e per ciò che costituisce la vita, ma significa che ogni istante deve procedere dalla relazione primaria d’amore con Gesù.

Questa è sequela evangelica.

La relazione e la fede nell’amore che viene da Cristo sono quindi la premessa della vita cristiana. Senza questi due punti di partenza ogni struttura rischia di diventare fragile e la vita non si misura con il vangelo.

Un cristiano potrebbe misurarsi con norme, principi, dettami, sensi del dover essere, perché ‘così dice il vangelo’ o, come più spesso si sente dire, ‘così dice la chiesa’. Quante volte la misura della nostra vita cristiana è la norma?

Gesù, invece, in questo passo del vangelo ci mette di fronte alla relazione.

La relazione è fondante la vita cristiana.

La relazione muove i rapporti affettivi e sociali.

La relazione permette di assumere la croce. L’assunzione della croce, la stessa parola ‘croce’ cambia tratti, dimensioni, volto se si assume a partire da Cristo.

Assumere la croce può significare assumere un mare di sofferenze, ma se si considera il vangelo di Cristo come una dichiarazione d’amore per l’umanità intera e per ciascuno di noi, assumere la croce può significare assumere la via dell’amore.

L’assunzione della croce, se procede dalla relazione con il Cristo, non è addossamento di sofferenze, ma partecipazione all’amore di Dio per l’uomo, corresponsabilizzazione nel percorso di salvezza.

La via della sequela, il progetto del discepolato, allora, per essere saldi, per avere fondamenta solide devono essere mossi dall’abbandono a Cristo, dalla fiducia che si radica in quella relazione primaria d’amore.

La frase conclusiva del vangelo di questa domenica crea un ulteriore schock: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Si riaggancia all’invito iniziale a lasciare. Bisogna lasciare averi e certezze per seguire Gesù. Il vangelo è disponibilità, è capacità di affidamento, liberazione da vincoli, capacità di spogliarsi di sovrastrutture che impediscono percorsi. Sequela però non è provare vuoto, sensazione di sacrificio costante e astinenza, ma è vivere a partire da quella relazione primaria l’amore in sovrabbondanza. La strada a volte è tortuosa, ma c’è sempre quella relazione fondante che la illumina e feconda.

 

Annalisa Margarino

 

 

 

 

 




29 agosto 2010

Insegnami a chiedere scusa

Quella del perdono, Signore,
è per me una via familiare.
Ne conosco le curve pericolose,
le ripide salite
e le scivolose discese.
Ho imparato a perdonare.
Non serbo rancore,
non rimugino sui torti subiti,
non metto in cassaforte
il ricordo delle offese ricevute.
Ma il sentiero che percorrere
la direzione opposta
non riesco a percorrerlo.
Signore, non sono capace
di chiedere scusa.
Il fiato si fa sottile,
il cuore si inciampa,
la fantasia precipita.
Mi manca il coraggio
di guardare le ferite
che il mio egoismo
ha graffiato
sulla pelle dei fratelli.
Non sono capace
di chiedere scusa,
perché il male che faccio agli altri

- sono piccole cose,

- sono offese da niente
- sono ruggiti da cucciolo

è uno specchio crudele

che mi mostra meschino,
un bambino viziato,
un adulto incompleto.

Vieni in mio aiuto, Signore.

Insegnami a chiedere scusa.
Insegnami ad essere uomo.





“Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”.




27 agosto 2010

"...Perchè non hanno da ricambiarti"... se non con un sorriso...

La prima lettura e il  vangelo della XXII domenica del tempo ordinario ci pongono di fronte a due condizioni fondamentali della vita cristiana: l’umiltà e la gratuità.

È un vangelo scomodo, una parola scomoda, perché l’uomo ama la gloria, ama gli onori, ama farsi vedere, ama essere riconosciuto.

È questo che osserva Gesù, mentre guarda i farisei sedersi a tavola. È questo che osserva Gesù, più volte soffermandosi sull’agire tipico dell’uomo.

Non ne fa una colpa, non giudica, sa che il cuore è portato a questo.

L’animo umano ha bisogno di riconoscimento, di sicurezza, di garanzie, spesso prova la sensazione di poter volare, di poter vivere slanci solo se viene apprezzato, venerato, elevato con onori e parole.

Il posto migliore onora l’uomo. Il sentirsi importante onora l’uomo. Il vedersi acclamato e cercato onora l’uomo.

Gesù sa che l’uomo ha bisogno di riconoscimento.

Gesù,  sa a tal punto che l’uomo ha bisogno di riconoscimento che non lo nega.

Sa che è importante essere riconosciuti e ne analizza la dinamica.

L’uomo tende a cercare riconoscimento e ama mostrarsi.

Gesù, come sempre, ribalta tutto. Il vangelo è rovesciamento, ribaltamento.

L’uomo ha bisogno di essere riconosciuto.

E come può avverarsi il riconoscimento?

Quale è il riconoscimento autentico?

È il riconoscimento di un ‘tu’ che si dispone di fronte a un altro ‘tu’ e che lo chiama in modo sorprendente.

È il riconoscimento dell’altro non perché si innalza, ma perché esiste.

È il riconoscimento dell’altro perché un ‘tu’ si accorge della presenza di un altro ‘tu’.

È il riconoscimento che viene dall’amore e non dal piedistallo.

È il riconoscimento da parte di un altro che si pone a fianco a noi non come padrone, ma come fratello. È il riconoscimento della stessa appartenenza.

È il riconoscimento che procede dall’umiltà, dal senso della propria appartenenza alla terra. È il riconoscimento di chi si fa servo, per amore, dell’altro.

È umile Maria che accoglie il Signore, facendosi gravida di lui.

È umile Gesù, Dio fatto uomo per amore.

È umile ogni figlio di Dio che dispone la propria vita al servizio dell’altro, nella consapevolezza che tutto è donato, offerto, che ogni cosa viene per grazia.

L’uomo vive di riconoscimenti. E il riconoscimento ha origine nell’amore e nel servizio.

Che riconoscimento è un riconoscimento precostituito?

Che riconoscimento è un riconoscimento con il numero ‘uno’ disegnato sulla maglietta?

Che riconoscimento è un riconoscimento richiesto?

Il riconoscimento autentico è nella gratuità, nella sorpresa dell’essere chiamati.

Il riconoscimento autentico è nel dono senza attesa, senza aspettativa che viene accolto.

È questa la chiave di lettura del vangelo di questa domenica: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La ricompensa sarà nella risurrezione dei giusti, ma è anche nell’inatteso.

Un amico mostrerà gioia ad essere invitato a un banchetto, ma uno sconosciuto mostrerà la sorpresa di essere accolto nella gratuità. Un amico porterà doni e affetti in cambio, uno sconosciuto porterà la gioia e la sensazione di un’appartenenza all’umanità. Nessuna ricompensa, se no la gratitudine. Nessun riconoscimento, se non quello dell’amore e della fratellanza.

Nessuna restituzione in cambio, se non il sorriso di un fratello.

Spesso ci domandiamo come si compia il Regno di Dio. Forse un’immagine consiste proprio in questo, ovvero nello stare seduti attorno allo stesso banchetto, saziandoci e guardandoci in faccia. Nel volto dell’altro veniamo riconosciuti. Alla fine questa è Eucaristia.

 

Annalisa Margarino




27 agosto 2010

Ricordando Raimon Pannikar, uomo di dialogo e cercatore di Dio


"La religione non è un esperimento ma un’esperienza di vita per mezzo della quale l’uomo partecipa all’avventura cosmica"

Raimon Pannikar


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18 agosto 2010

Una rilettura dell'immagine della porta stretta. Non l'ossequio obbediente, ma l'amore

“Vado a messa ogni domenica, sono un buon cristiano”.

“Ho dato l’elemosina a un povero che insisteva, ho fatto il mio dovere”.

“Mi confesso spesso, a differenza dei più”.

“Sono in regola. Non vado contro ciò che dice la Chiesa”.

 

Sono alcune delle espressioni comuni che spesso pronunciamo e sentiamo ripetere. Espressioni che ci mettono al riparo, che ci fanno sentire a posto in coscienza.

Quante parole ripetiamo dentro di noi o con le persone che ci sono accanto per autogarantirci la salvezza.

Quante volte, non partecipando a una messa domenicale, ci siamo sentiti dentro il rimorso, non tanto perché abbiamo mancato ad un appuntamento importante per noi, ma perché non abbiamo rispettato un dovere che ci garantisce un’eventuale salvezza?

Quante volte ci siamo preoccupati del nostro essere ‘puri’, del nostro essere ‘a posto’, del nostro essere con le carte in regola?

Quante volte, dentro di noi, ci siamo detti “Se non faccio così non mi salvo!”.

Ci siamo comportati come i discepoli di Gesù  nel momento in cui gli hanno posto la domanda sulla salvezza “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.

Gesù non risponde dicendo quanti sono. Forse teme la domanda successiva: “Noi siamo tra quelli che si salveranno?”. Conosce il cuore dei suoi discepoli e sa dove vogliono arrivare.

Ci importa forse che il nostro fratello, la nostra sorella sia salva? Forse per un dolce senso di convivialità speriamo di ritrovarla nella vita futura, ma alla fine, ciò che conta per noi è essere salvati.

Gesù sa che l’uomo è disposto a diventare asservitore e fedele osservatore della legge per salvarsi. Se ci sono garanzie, l’uomo si sottopone a ogni disposizione, ogni comando, ogni norma, così ammonisce subito i suoi: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”.

Se si entrasse dalla porta stressa eseguendo norme, vivendo in ordine, molti ci entrerebbero, invece, pochi ci entrano.

La porta stretta non è la porta dell’ossequio, dell’adeguazione obbediente, ma è la porta della relazione.

È la porta della vita che si fa sequela. È la porta che domanda costante coinvolgimento.

Non entra dalla porta stretta chi esegue passivamente, ma chi lascia scorrere in sé domande di relazione e sequela.

Non entra dalla porta stretta chi vuole sentirsi a posto, ma chi costantemente si interpella e interpella il Vangelo su cosa sia vita cristiana.

Non entra dalla porta stretta chi vive per garantirsi la salvezza, ma chi vive da salvato nella consapevolezza che siamo già salvi.

Siamo già salvi in Cristo.

La salvezza è relazione, non ossequio silenzioso.

Non entra dalla porta stretta chi vive esteriormente in ordine, ma chi vive integro dentro e fuori.

Non entra dalla porta stretta chi non fa della propria fede la guida intera della vita. È sufficiente assolvere un rito per essere salvi? No.

È sufficiente dichiararsi credenti? No.

È sufficiente operare amore e giustizia per essere salvi? Sì.

“Il regno di Dio sta in mezzo a voi” (Lc 17,20). Solo vivendo secondo i criteri d’amore, giustizia, pace, benevolenza e ascolto reciproco delle istanze dell’altro, ha senso porsi domande sulla salvezza.

Siamo salvi in Cristo morto e risorto per noi, ma saremo salvi qui e ora, solo quando riusciremo a compiere nelle nostre vite un regno di giustizia e di pace, dove regna l’amore fraterno.

Dobbiamo ripartire da qui, nelle nostre vite, nelle nostre comunità, nelle nostre azioni quotidiane.

A quel punto, stando nella relazione, riconoscendo quel rapporto d’amore che circola in Dio e che arriva a noi, non ci porremo domande di salvezza, ma vivremo da salvati.

Siamo salvati, infatti, non nell’ossequio, ma nell’amore.

 

Annalisa Margarino




9 agosto 2010

Magnificat, canto inattuale

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”.

 

È un canto inattuale, un canto fuori portata.

È difficile pensare a un’anima che magnifica il Signore e a uno spirito che esulta. Si può concepire un’anima che invoca, che prega, che domanda, che supplica, che piange, che ringrazia per qualcosa che ha ricevuto. Difficile è pensare ad un’anima e uno spirito danzanti come quelli di Maria.

Non è facile esultare nell’anima.

Canto inattuale perché non sappiamo esultare, perché abbiamo dimenticato i linguaggi del benedire, perché la nostra vista vede piccolo.

Canto inattuale perché non sappiamo vedere oltre. Canto inattuale, perché non sappiamo ospitare i passaggi di Dio dentro di noi.

Per cosa esulta l’anima di Maria? Magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

Canto inattuale perché temiamo l’umiltà. Immaginiamo Maria colta nella sua divinità terrena, nella sua pura verginità, sempre dedica alla preghiera. Dio, invece, l’ha colta nella sua umiltà, nel suo essere carne al servizio del divino.

Canto inattuale, perché vorremmo esultare nello spirito per pezzi di semidivinità nelle nostre esistenze, per grandezze acquisite o riconosciute. Maria esulta per la sua piccolezza, per l’essere stata guardata nella sua dimensione umana, perché Dio ha colto il suo humus, la pasta con cui è stata plasmata.

Canto inattuale il Magnificat, perché sa guardare l’unità della storia, fissando le radici e proiettandosi verso l’oltre: “di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono”. Canto inattuale perché noi abbiamo bisogno di sicurezze sul presente, sull’oggi. Temiamo il futuro per il ricordo che avranno i nostri figli, i nostri nipoti, ma non contempliamo l’opera di Dio nella storia.

Canto inattuale il Magnificat, perché vede oltre.

Canto inattuale il Magnificat perché rovescia le sorti e riconosce gli schemi ribaltati di Dio.

Chi esulta per un superbo che non prova più superbia, ma smarrimento del cuore?

Abbiamo a cuore la nostra superbia, noi uomini che non riconosciamo il nostro humus e lo sguardo amoroso di Dio verso la nostra condizione umana.

Chi esulta per i potenti rovesciati?

Speriamo spesso in un declassamento dei potenti. Desideriamo un ribaltamento dei ruoli, ma sogniamo che gli umili regnino?

L’umile non può regnare. Dio innalza l’umile perché l’umile ascolta, partecipa alla vita, si fa strumento, ma non regna, ripugna il potere.

Siamo sicuri che quando desideriamo il rovesciamento dei potenti, concepiamo un regno degli umili e non, invece, un regno nostro?

Canto inattuale perché le concezioni sulla ricchezza e sul potere sono fuori dalla nostra portata.

Canto inattuale perché il regno concepito nel Magnificat è fuori dalla storia.

Canto inattuale perché prova per la fede.

Crediamo che un giorno gli affamati non provino più fame? Crediamo che i ricchi un giorno si troveranno a mani vuote?

Agogniamo la ricchezza dei ricchi. Quali beni, invece, dona Dio agli affamati?

Non li ricolmerà forse di cibo che non sazia, ma che dà la vita eterna?

Non sono beati i poveri, forse, perché possono ricolmarsi della presenza di Dio.

Canto inattuale perché ci mette a confronto, faccia a faccia, con le nostre ricchezze da smantellare e con le nostre povertà da vivere, da attraversare.

Canto inattuale, perché sa ripercorrere la storia della salvezza, da Abramo.

Canto inattuale perché magnifica un Dio-con-noi.

Canto inattuale, perché nonostante tutto, riconosce che Dio cammina con l’uomo.

Canto inattuale perché riconosce la mano di Dio nella storia.

Canto inattuale perché si fa vita.

Canto inattuale perché canto d’amore.

Canto inattuale perché si fa canto gravido di Dio.

 

Canto di Maria, inattuale al suo tempo.

Canto di Maria, inattuale per l’oggi.

Canto di Maria che, nella sua inattualità, ci invita ogni volta a compiere un transito profetico.


Nei giorni che precedono la festa dell’Assunzione, lasciamo scorrere dentro di noi questo canto, facendo memoria dei passi di Dio dentro la nostra esistenza.

Ascoltando la presenza di Dio, anche noi ci troveremo esultanti a cantarla, ma facciamo silenzio, perchè possa crearsi spazio nel nostro humus all’ascolto del passare di Dio nelle nostre vite.

Solo così, riconoscendo che Dio è amore,  diventeremo, come Maria, gravidi di Dio.

 

Annalisa Margarino

 




6 agosto 2010

Un tesoro promesso

“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Sembra ovvio, scontato, inevitabile. Chi possiede un tesoro non lo mette in un posto qualsiasi della casa. Lo custodisce, lo conserva, vi presta attenzione. Chi ha un tesoro di cui riconosce il valore, non lo tratta in modo superficiale. Se si assenta un po’ dalla casa, al rientro, va a controllare che tutto sia a posto, che non sia stato rimosso dal luogo in cui era stato posto al sicuro.

Se il tesoro, poi, è un gioiello, chi lo possiede, lo indossa, per mostrarne la bellezza.

Se il tesoro è un quadro viene esposto nella parte più importante della casa, per valorizzarla.

Chi ha un tesoro non lo trascura.

Anche nelle nostre relazioni affettive spesso chiamiamo ‘Tesoro’ la persona che riveste un ruolo importante nella nostra vita.

L’affermazione di Gesù “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” è molto pragmatica. Gesù, infatti, sa che così è il cuore dell’uomo. È un cuore che presta cura, attenzione e considera importante ciò che è prezioso.

Il cuore dell’uomo è dove è il suo tesoro.

Gesù, però, a partire da questa affermazione ci fa rivolgere attenzione al Regno.

Il Regno non è un tesoro che si vede. Non è un gioiello prezioso, non è un quadro da esporre, non è una realtà evidente, ma in cammino, in continua formazione, una promessa di Dio.

Può il cuore vivere per una promessa? Può il cuore vivere per una realtà futura? Può il cuore vivere per ciò che deve venire?

Il discorso di Gesù inizia con una dichiarazione “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. Può il cuore credere nel tesoro del Regno?

La fede si gioca tutto qui.

Gesù lascia all’uomo la scelta o vivere disinteressato a questo tesoro promesso o vivere nell’attesa di questo tesoro che tarda a venire, ma che domanda di essere vissuto già ora.

Può un cuore riporre l’attenzione verso il tesoro del Regno?

Può un cuore disporsi a realizzare insieme al Padre e al Figlio, sollecitato dallo Spirito, il Regno promesso?

“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Gesù ci insegna che il tesoro del Regno è nell’amore del Padre. Il nostro cuore, allora, sia rivolto costantemente verso quel tesoro che è il Padre che ama e che genera, in comunione con lo Spirito, un Figlio amante. Può un cuore umano credere e vivere per un tesoro che si fa dono?

Questo tesoro nascosto, ma pervasivo è la sfida del cristianesimo, in ogni tempo.

 

Annalisa Margarino




1 agosto 2010

L'amore non accumula

Signore, fa’ che io non accumuli eccessi di me.

Signore, fa’ che io non accumuli certezze.

Signore, fa’ che io non accumuli traguardi, ma mi senta sempre in via.

Signore, fa’ che io non accumuli falsi tesori, ma valori per l’anima.

Signore, fa’ che non accumuli difese e non viva eternamente in trincea.

Signore, fa’ che non accumuli presunzione e orgoglio.

Signore, fa’ che non accumuli perfezioni.

Signore, rendimi povero.

Signore, svuotami.

Signore, rendimi un sistema aperto.

Signore, che non viva stretto ai miei averi, ma che senta che tutto è dono che viene da te.

Signore, rendimi libero dalle mie convinzioni.

Signore, rendimi generoso verso la vita.

Signore, i tuoi tesori sono grandi, concedimi di riconoscerli, rinunciando ai miei.

Signore, ci insegni che è dando che si riceve. Concedimi un cuore che dà.

Signore, concedimi un cuore malleabile.

Signore, fa’ che non programmi la vita, ma che tutto sia un cammino verso te.

Signore, fa’ che renda la mia vita disponibile.

Signore, tu che a tutto provvedi, fa’ che io non provveda a me stesso.

Signore, che elargisci il bene, fa’ che non viva stretto ai miei beni.

Signore, aiutami. Aiutami a prepararmi alla morte.

Signore, fa’ che il giorno in cui sarò chiamato a render conto possa non ridurmi a farti l’elenco dei miei beni. Signore, aiutami. Aiutami a ricordare sempre che saremo giudicati sull’amore.

Signore, fa’ che ogni giorno mi prepari al passo finale, non con il rigorismo morale, non con la conta dei miei valori, non accumulando premi, ma molto amando.

 

Annalisa Margarino

 




23 luglio 2010

"Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora"

“Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora”.

Il Signore non si adira davanti alla nostra preghiera, ma spalanca il cuore.

La XVII domenica del tempo ordinario è la domenica della preghiera.  È la domenica che ci mette di fronte ad una relazione coraggiosa tra uomo e Dio, una relazione ostinata, una relazione che va oltre ogni disperazione, una relazione che non mette mai punto al dialogo.

Il Vangelo ci regala la preghiera del Padre Nostro e le condizioni della supplica. Il Signore dà a chi domanda. Il Signore apre a chi bussa. Il Signore fa trovare ciò che si cerca.

Sono parole di speranza. Sono parole che consolano.

Viene da domandarsi, però, come debba essere il cuore di chi prega.

Può trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore chiuso e immerso nella disperazione?

Può trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore che si rivolge a un Dio padrone che dispone a suo piacimento, senza considerare le istanze umane?

Può trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore che si rivolge a un Dio iperuranico, impassibile, lontano e assente?

Può trovare ciò che cerca chi crede in un Dio lontano?

Può venire aperto a chi si rivolge a un Dio chiuso?

Può ricevere chi crede in un Dio geloso?

Non troverà, perché il cuore non è disposto a trovare.

Non gli verrà aperto, perché il cuore sarà rinchiuso nella tristezza e nella depressione.

Non riceverà, perché il cuore sentirà che non può ricevere nulla.

Eppure anche in questa pagina di vangelo Gesù mostra di conoscere il cuore dell’uomo, perchè sa che l’uomo è portato a deformare l’immagine di Dio, soprattutto quando si trova nel bisogno, quando vive la disperazione e quando non ha più risorse personali. Mette allora i suoi interlocutori di fronte alla parabola della richiesta insistente. Di fronte a chi supplica nemmeno il più cinico, nemmeno il più stanco, nemmeno il più egoista rimane distante. Come potrà reagire allora il Padre che sta nei cieli?

La sfida è credere nel cuore del Padre. La sfida è domandare a  partire da questa fede. La sfida è rimanere aperti alle risposte del Padre.

La conclusione del brano del Vangelo della XVII domenica è stroncante. Nella parabola si parla di pani e pesci e si fa riferimento alla fame di cibo. Gesù, mettendoci di fronte al Padre, invece promette lo Spirito. Cosa è più prezioso del dono dello Spirito in chi è disperato? Cosa è più grande del dono dello Spirito per chi si rivolge nella fede al Padre? Cosa c’è di più grande dello Spirito per chi spera, attende e desidera passaggi di vita nuovi?

 

Annalisa Margarino




16 luglio 2010

Non Marta, non Maria, ma donne amanti

Il mondo si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.

Si sono costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso in Marta e Maria.

Donne d’ascolto e donne di servizio.

Ci siamo a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.

Qualcuno si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?

Qualcuno si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?

Non deve sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.

Maria, radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.

Marta e Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte, nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella confidenza, l’altra nel servizio.

Non sono state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne forti.

Non sono rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.

Hanno preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.

Il mondo, diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.


Annalisa Margarino



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