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3 settembre 2010
Sulle fondamenta della vita cristiana
“Hanno fatto un brutto lavoro!
Hanno ristrutturato questo edificio pochi mesi fa e già cade a pezzi!”.
“Che incuria!”.
“Se avessero fatto meglio il
lavoro, ora non dovremmo rifare tutto”.
Quante volte sentiamo e
pronunciamo espressioni di questo tipo.
Quanti disastri avvengono per
l’incuria dell’uomo e per disattenzione.
Edifici che crollano, strutture
fatiscenti, progetti interrotti.
Lavori portati a termine
malamente, lavori interrotti, lavori non iniziati.
Progetti senza testa e
soprattutto senza cuore.
Progetti dimezzati. Progetti
senza vita.
Sono i progetti che animano gli
edifici, ma spesso sono i progetti che animano la nostra esistenza.
Quante strade abbiamo interrotto
perché a metà ci siamo accorti che mancavano le forze necessarie?
Quante scelte sono crollate
perché le fondamenta erano fragili?
Ognuno, se riosserva la propria
esistenza, si imbatte in strade interrotte da se stesso o da un suo prossimo. È
la vita, è la costituzione fragile dell’umano.
Abbiamo tutti timore quando
intraprendiamo una via del commento “Costui ha iniziato a costruire, ma non è
stato capace di finire il lavoro”.
Ci mettiamo per strada e speriamo
di giungere alla meta.
Percorsi interrotti. Mete non
raggiunte.
Ogni progetto, ogni costruzione
ha bisogno di strumenti, basi, fondamenta, possibilità di realizzazione,
interesse.
Vale anche per il cammino di
sequela.
Posso io seguire integralmente
Gesù e il suo vangelo, se mi aggrappo e se sono dipendente ai miei vincoli?
Crea sempre schock l’affermazione
di Gesù “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre,
la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può
essere mio discepolo”. È stata spesso motivo di discussione e motore per scelte
radicali.
Non vuol significare forse che
spesso trasformiamo i nostri rapporti, le nostre relazioni in vincoli di
dipendenza?
Gesù non domanda di
disinteressarsi dei propri affetti. Sarebbe antievangelico. La vita cristiana è
costituita da affetti. Non vuole distacco ascetico. Sarebbe semplice leggere il
vangelo così. Gesù vuole che tutto dai legami, alla costruzione della propria
vita, ai percorsi compiuti proceda dall’amore per lui e per il Padre che è
amore fecondante.
Il discepolato, così, sarà anche
nella strutturazione dei propri affetti e nelle scelte dei percorsi. Seguire
Gesù non comporta disinteresse per l’altro e per ciò che costituisce la vita,
ma significa che ogni istante deve procedere dalla relazione primaria d’amore
con Gesù.
Questa è sequela evangelica.
La relazione e la fede nell’amore
che viene da Cristo sono quindi la premessa della vita cristiana. Senza questi
due punti di partenza ogni struttura rischia di diventare fragile e la vita non
si misura con il vangelo.
Un cristiano potrebbe misurarsi
con norme, principi, dettami, sensi del dover essere, perché ‘così dice il
vangelo’ o, come più spesso si sente dire, ‘così dice la chiesa’. Quante volte
la misura della nostra vita cristiana è la norma?
Gesù, invece, in questo passo del
vangelo ci mette di fronte alla relazione.
La relazione è fondante la vita
cristiana.
La relazione muove i rapporti
affettivi e sociali.
La relazione permette di assumere
la croce. L’assunzione della croce, la stessa parola ‘croce’ cambia tratti,
dimensioni, volto se si assume a partire da Cristo.
Assumere la croce può significare
assumere un mare di sofferenze, ma se si considera il vangelo di Cristo come
una dichiarazione d’amore per l’umanità intera e per ciascuno di noi, assumere
la croce può significare assumere la via dell’amore.
L’assunzione della croce, se
procede dalla relazione con il Cristo, non è addossamento di sofferenze, ma
partecipazione all’amore di Dio per l’uomo, corresponsabilizzazione nel
percorso di salvezza.
La via della sequela, il progetto
del discepolato, allora, per essere saldi, per avere fondamenta solide devono
essere mossi dall’abbandono a Cristo, dalla fiducia che si radica in quella
relazione primaria d’amore.
La frase conclusiva del vangelo
di questa domenica crea un ulteriore schock: “Così chiunque di voi non rinuncia
a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Si riaggancia all’invito
iniziale a lasciare. Bisogna lasciare averi e certezze per seguire Gesù. Il vangelo
è disponibilità, è capacità di affidamento, liberazione da vincoli, capacità di
spogliarsi di sovrastrutture che impediscono percorsi. Sequela però non è
provare vuoto, sensazione di sacrificio costante e astinenza, ma è vivere a
partire da quella relazione primaria l’amore in sovrabbondanza. La strada a
volte è tortuosa, ma c’è sempre quella relazione fondante che la illumina e
feconda.
Annalisa Margarino
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29 agosto 2010
Insegnami a chiedere scusa
Quella del perdono, Signore,
è per me una via familiare.
Ne conosco le curve pericolose,
le ripide salite
e le scivolose discese.
Ho imparato a perdonare.
Non serbo rancore,
non rimugino sui torti subiti,
non metto in cassaforte
il ricordo delle offese ricevute.
Ma il sentiero che percorrere
la direzione opposta
non riesco a percorrerlo.
Signore, non sono capace
di chiedere scusa.
Il fiato si fa sottile,
il cuore si inciampa,
la fantasia precipita.
Mi manca il coraggio
di guardare le ferite
che il mio egoismo
ha graffiato
sulla pelle dei fratelli.
Non sono capace
di chiedere scusa,
perché il male che faccio agli altri
- sono piccole cose,
- sono offese da niente
- sono ruggiti da cucciolo
è uno specchio crudele
che mi mostra meschino,
un bambino viziato,
un adulto incompleto.
Vieni in mio aiuto, Signore.
Insegnami a chiedere scusa.
Insegnami ad essere uomo.

“Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo
fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti
all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a
offrire il tuo dono”.
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27 agosto 2010
"...Perchè non hanno da ricambiarti"... se non con un sorriso...
La prima lettura e il vangelo della XXII domenica del tempo
ordinario ci pongono di fronte a due condizioni fondamentali della vita
cristiana: l’umiltà e la gratuità.
È un vangelo scomodo, una parola
scomoda, perché l’uomo ama la gloria, ama gli onori, ama farsi vedere, ama
essere riconosciuto.
È questo che osserva Gesù, mentre
guarda i farisei sedersi a tavola. È questo che osserva Gesù, più volte
soffermandosi sull’agire tipico dell’uomo.
Non ne fa una colpa, non giudica,
sa che il cuore è portato a questo.
L’animo umano ha bisogno di
riconoscimento, di sicurezza, di garanzie, spesso prova la sensazione di poter
volare, di poter vivere slanci solo se viene apprezzato, venerato, elevato con
onori e parole.
Il posto migliore onora l’uomo.
Il sentirsi importante onora l’uomo. Il vedersi acclamato e cercato onora
l’uomo.
Gesù sa che l’uomo ha bisogno di
riconoscimento.
Gesù, sa a tal punto che l’uomo ha bisogno di
riconoscimento che non lo nega.
Sa che è importante essere
riconosciuti e ne analizza la dinamica.
L’uomo tende a cercare
riconoscimento e ama mostrarsi.
Gesù, come sempre, ribalta tutto.
Il vangelo è rovesciamento, ribaltamento.
L’uomo ha bisogno di essere
riconosciuto.
E come può avverarsi il
riconoscimento?
Quale è il riconoscimento
autentico?
È il riconoscimento di un ‘tu’
che si dispone di fronte a un altro ‘tu’ e che lo chiama in modo sorprendente.
È il riconoscimento dell’altro
non perché si innalza, ma perché esiste.
È il riconoscimento dell’altro
perché un ‘tu’ si accorge della presenza di un altro ‘tu’.
È il riconoscimento che viene
dall’amore e non dal piedistallo.
È il riconoscimento da parte di
un altro che si pone a fianco a noi non come padrone, ma come fratello. È il
riconoscimento della stessa appartenenza.
È il riconoscimento che procede
dall’umiltà, dal senso della propria appartenenza alla terra. È il
riconoscimento di chi si fa servo, per amore, dell’altro.
È umile Maria che accoglie il
Signore, facendosi gravida di lui.
È umile Gesù, Dio fatto uomo per
amore.
È umile ogni figlio di Dio che
dispone la propria vita al servizio dell’altro, nella consapevolezza che tutto
è donato, offerto, che ogni cosa viene per grazia.
L’uomo vive di riconoscimenti. E
il riconoscimento ha origine nell’amore e nel servizio.
Che riconoscimento è un
riconoscimento precostituito?
Che riconoscimento è un
riconoscimento con il numero ‘uno’ disegnato sulla maglietta?
Che riconoscimento è un
riconoscimento richiesto?
Il riconoscimento autentico è
nella gratuità, nella sorpresa dell’essere chiamati.
Il riconoscimento autentico è nel
dono senza attesa, senza aspettativa che viene accolto.
È questa la chiave di lettura del
vangelo di questa domenica: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i
tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a
loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario,
quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato
perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla
risurrezione dei giusti».
La ricompensa sarà nella
risurrezione dei giusti, ma è anche nell’inatteso.
Un amico mostrerà gioia ad essere
invitato a un banchetto, ma uno sconosciuto mostrerà la sorpresa di essere
accolto nella gratuità. Un amico porterà doni e affetti in cambio, uno
sconosciuto porterà la gioia e la sensazione di un’appartenenza all’umanità. Nessuna
ricompensa, se no la gratitudine. Nessun riconoscimento, se non quello dell’amore
e della fratellanza.
Nessuna restituzione in cambio,
se non il sorriso di un fratello.
Spesso ci domandiamo come si
compia il Regno di Dio. Forse un’immagine consiste proprio in questo, ovvero
nello stare seduti attorno allo stesso banchetto, saziandoci e guardandoci in
faccia. Nel volto dell’altro veniamo riconosciuti. Alla fine questa è
Eucaristia.
Annalisa Margarino
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27 agosto 2010
Ricordando Raimon Pannikar, uomo di dialogo e cercatore di Dio
"La religione non è un esperimento ma un’esperienza di vita per mezzo della quale l’uomo partecipa all’avventura cosmica" Raimon Pannikar
raimon pannikar
| inviato da sognandoemmaus il 27/8/2010 alle 11:49 | |
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18 agosto 2010
Una rilettura dell'immagine della porta stretta. Non l'ossequio obbediente, ma l'amore
“Vado a messa ogni domenica, sono
un buon cristiano”.
“Ho dato l’elemosina a un povero
che insisteva, ho fatto il mio dovere”.
“Mi confesso spesso, a differenza
dei più”.
“Sono in regola. Non vado contro ciò
che dice la Chiesa”.
Sono alcune delle espressioni
comuni che spesso pronunciamo e sentiamo ripetere. Espressioni che ci mettono
al riparo, che ci fanno sentire a posto in coscienza.
Quante parole ripetiamo dentro di
noi o con le persone che ci sono accanto per autogarantirci la salvezza.
Quante volte, non partecipando a
una messa domenicale, ci siamo sentiti dentro il rimorso, non tanto perché
abbiamo mancato ad un appuntamento importante per noi, ma perché non abbiamo
rispettato un dovere che ci garantisce un’eventuale salvezza?
Quante volte ci siamo preoccupati
del nostro essere ‘puri’, del nostro essere ‘a posto’, del nostro essere con le
carte in regola?
Quante volte, dentro di noi, ci
siamo detti “Se non faccio così non mi salvo!”.
Ci siamo comportati come i
discepoli di Gesù nel momento in cui gli
hanno posto la domanda sulla salvezza “Signore, sono pochi quelli che si
salvano?”.
Gesù non risponde dicendo quanti
sono. Forse teme la domanda successiva: “Noi siamo tra quelli che si
salveranno?”. Conosce il cuore dei suoi discepoli e sa dove vogliono arrivare.
Ci importa forse che il nostro
fratello, la nostra sorella sia salva? Forse per un dolce senso di convivialità
speriamo di ritrovarla nella vita futura, ma alla fine, ciò che conta per noi è
essere salvati.
Gesù sa che l’uomo è disposto a
diventare asservitore e fedele osservatore della legge per salvarsi. Se ci sono
garanzie, l’uomo si sottopone a ogni disposizione, ogni comando, ogni norma,
così ammonisce subito i suoi: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta,
perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”.
Se si entrasse dalla porta
stressa eseguendo norme, vivendo in ordine, molti ci entrerebbero, invece,
pochi ci entrano.
La porta stretta non è la porta
dell’ossequio, dell’adeguazione obbediente, ma è la porta della relazione.
È la porta della vita che si fa
sequela. È la porta che domanda costante coinvolgimento.
Non entra dalla porta stretta chi
esegue passivamente, ma chi lascia scorrere in sé domande di relazione e
sequela.
Non entra dalla porta stretta chi
vuole sentirsi a posto, ma chi costantemente si interpella e interpella il
Vangelo su cosa sia vita cristiana.
Non entra dalla porta stretta chi
vive per garantirsi la salvezza, ma chi vive da salvato nella consapevolezza
che siamo già salvi.
Siamo già salvi in Cristo.
La salvezza è relazione, non
ossequio silenzioso.
Non entra dalla porta stretta chi
vive esteriormente in ordine, ma chi vive integro dentro e fuori.
Non entra dalla porta stretta chi
non fa della propria fede la guida intera della vita. È sufficiente assolvere
un rito per essere salvi? No.
È sufficiente dichiararsi
credenti? No.
È sufficiente operare amore e
giustizia per essere salvi? Sì.
“Il regno di Dio sta in mezzo a
voi” (Lc 17,20). Solo vivendo secondo i criteri d’amore, giustizia, pace, benevolenza
e ascolto reciproco delle istanze dell’altro, ha senso porsi domande sulla
salvezza.
Siamo salvi in Cristo morto e
risorto per noi, ma saremo salvi qui e ora, solo quando riusciremo a compiere
nelle nostre vite un regno di giustizia e di pace, dove regna l’amore fraterno.
Dobbiamo ripartire da qui, nelle
nostre vite, nelle nostre comunità, nelle nostre azioni quotidiane.
A quel punto, stando nella
relazione, riconoscendo quel rapporto d’amore che circola in Dio e che arriva a
noi, non ci porremo domande di salvezza, ma vivremo da salvati.
Siamo salvati, infatti, non
nell’ossequio, ma nell’amore.
Annalisa Margarino
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9 agosto 2010
Magnificat, canto inattuale
“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà
della sua serva”.
È un canto inattuale, un canto
fuori portata.
È difficile pensare a un’anima
che magnifica il Signore e a uno spirito che esulta. Si può concepire un’anima
che invoca, che prega, che domanda, che supplica, che piange, che ringrazia per
qualcosa che ha ricevuto. Difficile è pensare ad un’anima e uno spirito
danzanti come quelli di Maria.
Non è facile esultare nell’anima.
Canto inattuale perché non
sappiamo esultare, perché abbiamo dimenticato i linguaggi del benedire, perché
la nostra vista vede piccolo.
Canto inattuale perché non
sappiamo vedere oltre. Canto inattuale, perché non sappiamo ospitare i passaggi
di Dio dentro di noi.
Per cosa esulta l’anima di Maria?
Magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
Canto inattuale perché temiamo
l’umiltà. Immaginiamo Maria colta nella sua divinità terrena, nella sua pura
verginità, sempre dedica alla preghiera. Dio, invece, l’ha colta nella sua
umiltà, nel suo essere carne al servizio del divino.
Canto inattuale, perché vorremmo
esultare nello spirito per pezzi di semidivinità nelle nostre esistenze, per
grandezze acquisite o riconosciute. Maria esulta per la sua piccolezza, per
l’essere stata guardata nella sua dimensione umana, perché Dio ha colto il suo
humus, la pasta con cui è stata plasmata.
Canto inattuale il Magnificat,
perché sa guardare l’unità della storia, fissando le radici e proiettandosi
verso l’oltre: “di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono”. Canto inattuale perché noi abbiamo bisogno di
sicurezze sul presente, sull’oggi. Temiamo il futuro per il ricordo che avranno
i nostri figli, i nostri nipoti, ma non contempliamo l’opera di Dio nella
storia.
Canto inattuale il Magnificat,
perché vede oltre.
Canto inattuale il Magnificat
perché rovescia le sorti e riconosce gli schemi ribaltati di Dio.
Chi esulta per un superbo che non
prova più superbia, ma smarrimento del cuore?
Abbiamo a cuore la nostra
superbia, noi uomini che non riconosciamo il nostro humus e lo sguardo amoroso
di Dio verso la nostra condizione umana.
Chi esulta per i potenti
rovesciati?
Speriamo spesso in un
declassamento dei potenti. Desideriamo un ribaltamento dei ruoli, ma sogniamo
che gli umili regnino?
L’umile non può regnare. Dio
innalza l’umile perché l’umile ascolta, partecipa alla vita, si fa strumento,
ma non regna, ripugna il potere.
Siamo sicuri che quando
desideriamo il rovesciamento dei potenti, concepiamo un regno degli umili e
non, invece, un regno nostro?
Canto inattuale perché le
concezioni sulla ricchezza e sul potere sono fuori dalla nostra portata.
Canto inattuale perché il regno
concepito nel Magnificat è fuori dalla storia.
Canto inattuale perché prova per
la fede.
Crediamo che un giorno gli
affamati non provino più fame? Crediamo che i ricchi un giorno si troveranno a
mani vuote?
Agogniamo la ricchezza dei
ricchi. Quali beni, invece, dona Dio agli affamati?
Non li ricolmerà forse di cibo che
non sazia, ma che dà la vita eterna?
Non sono beati i poveri, forse,
perché possono ricolmarsi della presenza di Dio.
Canto inattuale perché ci mette a
confronto, faccia a faccia, con le nostre ricchezze da smantellare e con le
nostre povertà da vivere, da attraversare.
Canto inattuale, perché sa
ripercorrere la storia della salvezza, da Abramo.
Canto inattuale perché magnifica
un Dio-con-noi.
Canto inattuale, perché
nonostante tutto, riconosce che Dio cammina con l’uomo.
Canto inattuale perché riconosce
la mano di Dio nella storia.
Canto inattuale perché si fa
vita.
Canto inattuale perché canto
d’amore.
Canto inattuale perché si fa
canto gravido di Dio.
Canto di Maria, inattuale al suo
tempo.
Canto di Maria, inattuale per
l’oggi.
Canto di Maria che, nella sua
inattualità, ci invita ogni volta a compiere un transito profetico.
Nei giorni che precedono la festa dell’Assunzione, lasciamo scorrere dentro di
noi questo canto, facendo memoria dei passi di Dio dentro la nostra esistenza.
Ascoltando la presenza di Dio,
anche noi ci troveremo esultanti a cantarla, ma facciamo silenzio, perchè possa
crearsi spazio nel nostro humus all’ascolto del passare di Dio nelle nostre
vite.
Solo così, riconoscendo che Dio è
amore, diventeremo, come Maria, gravidi
di Dio.
Annalisa Margarino
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6 agosto 2010
Un tesoro promesso
“Dov’è il vostro tesoro, là sarà
anche il vostro cuore”.
Sembra ovvio, scontato,
inevitabile. Chi possiede un tesoro non lo mette in un posto qualsiasi della
casa. Lo custodisce, lo conserva, vi presta attenzione. Chi ha un tesoro di cui
riconosce il valore, non lo tratta in modo superficiale. Se si assenta un po’
dalla casa, al rientro, va a controllare che tutto sia a posto, che non sia
stato rimosso dal luogo in cui era stato posto al sicuro.
Se il tesoro, poi, è un gioiello,
chi lo possiede, lo indossa, per mostrarne la bellezza.
Se il tesoro è un quadro viene
esposto nella parte più importante della casa, per valorizzarla.
Chi ha un tesoro non lo trascura.
Anche nelle nostre relazioni
affettive spesso chiamiamo ‘Tesoro’ la persona che riveste un ruolo importante
nella nostra vita.
L’affermazione di Gesù “Dov’è il
vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” è molto pragmatica. Gesù,
infatti, sa che così è il cuore dell’uomo. È un cuore che presta cura,
attenzione e considera importante ciò che è prezioso.
Il cuore dell’uomo è dove è il
suo tesoro.
Gesù, però, a partire da questa
affermazione ci fa rivolgere attenzione al Regno.
Il Regno non è un tesoro che si
vede. Non è un gioiello prezioso, non è un quadro da esporre, non è una realtà
evidente, ma in cammino, in continua formazione, una promessa di Dio.
Può il cuore vivere per una
promessa? Può il cuore vivere per una realtà futura? Può il cuore vivere per
ciò che deve venire?
Il discorso di Gesù inizia con
una dichiarazione “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è
piaciuto dare a voi il Regno”. Può il cuore credere nel tesoro del Regno?
La fede si gioca tutto qui.
Gesù lascia all’uomo la scelta o
vivere disinteressato a questo tesoro promesso o vivere nell’attesa di questo
tesoro che tarda a venire, ma che domanda di essere vissuto già ora.
Può un cuore riporre l’attenzione
verso il tesoro del Regno?
Può un cuore disporsi a
realizzare insieme al Padre e al Figlio, sollecitato dallo Spirito, il Regno
promesso?
“Dov’è il vostro tesoro, là sarà
anche il vostro cuore”.
Gesù ci insegna che il tesoro del
Regno è nell’amore del Padre. Il nostro cuore, allora, sia rivolto
costantemente verso quel tesoro che è il Padre che ama e che genera, in
comunione con lo Spirito, un Figlio amante. Può un cuore umano credere e vivere
per un tesoro che si fa dono?
Questo tesoro nascosto, ma
pervasivo è la sfida del cristianesimo, in ogni tempo.
Annalisa Margarino
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1 agosto 2010
L'amore non accumula
Signore, fa’ che io non accumuli
eccessi di me.
Signore, fa’ che io non accumuli
certezze.
Signore, fa’ che io non accumuli
traguardi, ma mi senta sempre in via.
Signore, fa’ che io non accumuli
falsi tesori, ma valori per l’anima.
Signore, fa’ che non accumuli
difese e non viva eternamente in trincea.
Signore, fa’ che non accumuli
presunzione e orgoglio.
Signore, fa’ che non accumuli
perfezioni.
Signore, rendimi povero.
Signore, svuotami.
Signore, rendimi un sistema aperto.
Signore, che non viva stretto ai
miei averi, ma che senta che tutto è dono che viene da te.
Signore, rendimi libero dalle mie
convinzioni.
Signore, rendimi generoso verso la
vita.
Signore, i tuoi tesori sono grandi,
concedimi di riconoscerli, rinunciando ai miei.
Signore, ci insegni che è dando che
si riceve. Concedimi un cuore che dà.
Signore, concedimi un cuore
malleabile.
Signore, fa’ che non programmi la
vita, ma che tutto sia un cammino verso te.
Signore, fa’ che renda la mia vita
disponibile.
Signore, tu che a tutto provvedi,
fa’ che io non provveda a me stesso.
Signore, che elargisci il bene, fa’
che non viva stretto ai miei beni.
Signore, aiutami. Aiutami a
prepararmi alla morte.
Signore, fa’ che il giorno in cui
sarò chiamato a render conto possa non ridurmi a farti l’elenco dei miei beni.
Signore, aiutami. Aiutami a ricordare sempre che saremo giudicati sull’amore.
Signore, fa’ che ogni giorno mi
prepari al passo finale, non con il rigorismo morale, non con la conta dei miei
valori, non accumulando premi, ma molto amando.
Annalisa Margarino
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23 luglio 2010
"Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora"
“Non si
adiri il mio Signore, se parlo ancora”.
Il
Signore non si adira davanti alla nostra preghiera, ma spalanca il cuore.
La
XVII domenica del tempo ordinario è la domenica della
preghiera. È la domenica che ci mette di fronte ad una relazione coraggiosa
tra uomo e Dio, una relazione ostinata, una relazione che va oltre ogni
disperazione, una relazione che non mette mai punto al dialogo.
Il
Vangelo ci regala la preghiera del Padre Nostro e le condizioni della supplica.
Il Signore dà a chi domanda. Il Signore apre a chi bussa. Il Signore fa trovare
ciò che si cerca.
Sono
parole di speranza. Sono parole che consolano.
Viene da
domandarsi, però, come debba essere il cuore di chi prega.
Può
trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore chiuso e
immerso nella disperazione?
Può
trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore che si
rivolge a un Dio padrone che dispone a suo piacimento, senza considerare le
istanze umane?
Può
trovare, ricevere, essere ascoltato, incontrare aperture un cuore che si
rivolge a un Dio iperuranico, impassibile, lontano e assente?
Può
trovare ciò che cerca chi crede in un Dio lontano?
Può
venire aperto a chi si rivolge a un Dio chiuso?
Può
ricevere chi crede in un Dio geloso?
Non
troverà, perché il cuore non è disposto a trovare.
Non gli
verrà aperto, perché il cuore sarà rinchiuso nella tristezza e nella
depressione.
Non
riceverà, perché il cuore sentirà che non può ricevere nulla.
Eppure
anche in questa pagina di vangelo Gesù mostra di conoscere il cuore dell’uomo,
perchè sa che l’uomo è portato a deformare l’immagine di Dio, soprattutto
quando si trova nel bisogno, quando vive la disperazione e quando non ha più
risorse personali. Mette allora i suoi interlocutori di fronte alla parabola
della richiesta insistente. Di fronte a chi supplica nemmeno il più cinico,
nemmeno il più stanco, nemmeno il più egoista rimane distante. Come potrà
reagire allora il Padre che sta nei cieli?
La sfida
è credere nel cuore del Padre. La sfida è domandare a partire da questa
fede. La sfida è rimanere aperti alle risposte del Padre.
La
conclusione del brano del Vangelo della XVII domenica è stroncante. Nella
parabola si parla di pani e pesci e si fa riferimento alla fame di cibo. Gesù,
mettendoci di fronte al Padre, invece promette lo Spirito. Cosa è più prezioso
del dono dello Spirito in chi è disperato? Cosa è più grande del dono dello
Spirito per chi si rivolge nella fede al Padre? Cosa c’è di più grande dello
Spirito per chi spera, attende e desidera passaggi di vita nuovi?
Annalisa Margarino
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16 luglio 2010
Non Marta, non Maria, ma donne amanti
Il mondo
si è spesso diviso in Marta e Maria. Il cuore di ognuno si è spesso esposto
manifestando simpatia per Marta o Maria. Più volte nelle nostre vite abbiamo
dovuto decidere se disporci dalla parte di una delle due.
Si sono
costruite visioni sulla donna a partire da questa concezione del mondo diviso
in Marta e Maria.
Donne
d’ascolto e donne di servizio.
Ci siamo
a lungo concentrati sull’essere adorante e sull’essere servizievole di queste
due amiche di Gesù. Forse il mondo, sempre diviso in Marta e Maria, si è poco
concentrato sul modo dell’atto, ponendo attenzione più che altro sull’azione.
Qualcuno
si è mai domandato come ascoltasse Maria, donna adorante e innamorata di Gesù?
Qualcuno
si è mai chiesto come servisse Marta, amica di Gesù?
Non deve
sorprendere l’ascolto o il servizio, ma la radicalità di queste due donne.
Maria,
radicale nell’ascoltare, nel contemplare, Marta radicale nel servire.
Marta e
Maria non sono donne passive, rassegnate, ma donne che prendono parte alla vita
di Gesù. Il mondo diviso tra Marta e Maria ha dimenticato la dimensione più
reale e profonda di queste due donne che è consistita nel prendere parte,
nell’essere attive compagne nella vita di Gesù, una nell’ascolto e nella
confidenza, l’altra nel servizio.
Non sono
state ferme ad osservare, ma si sono fatte donne attive, donne partecipi, donne
forti.
Non sono
rimaste ai margini della vita del loro amico, maestro e compagno di cammini.
Hanno
preso parte con il cuore. Hanno messo in dialogo con Gesù il loro animo. Hanno
esposto il loro cuore di donne innamorate, attive, vitali, partecipi e pensanti.
Il mondo,
diviso in Marta e Maria, deve ripartire da qui, da un cuore partecipe, pensante
e coinvolto e non da un cuore sterilmente ridotto a servizio o ascolto. Il
mondo deve ripartire dall’essere amante di queste due donne.
Annalisa
Margarino
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