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29 gennaio 2012

Di fronte a un insegnamento nuovo: timore e stupore

Il vangelo della quarta domenica del tempo ordinario (Mc 1,21-28) ci pone di fronte all’insegnamento nuovo di Gesù. I fedeli si trovano ad ascoltare delle parole a cui non sono abituati, che scardinano, che ribaltano probabilmente schemi, che mettono in discussione, che provocano, che interpellano e che suscitano meraviglia. Non sono parole lontane dalla vita, ma che entrano nell’esistenza. Lo stupore nasce infatti solo nel momento in cui c’è coinvolgimento, interesse, la sensazione di essere interpellati e resi partecipi e oggetto di ciò che si ascolta.
Chi di fronte a questo passo del vangelo non pensa che Gesù stesse parlando della nuova legge dell’amore?
Chi ascolta Gesù prova stupore. Marco lo racconta chiaramente: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”.  
Non è lo stupore che si manifesta di fronte a un oratore improvvisato, ma è la meraviglia che si prova di fronte a uno che parla con autorità. Le parole di Gesù sono nuove, ma date con autorità: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità”.
Gesù conosce bene le Scritture, ha l’autorità di dispiegarle, di sviscerarle e di farle parlare. Non conosce solo le Scritture, ma anche l’amore del Padre. È questa la differenza del nuovo insegnamento. Gesù non insegna una nuova dottrina, ma si fa dottrina, si fa insegnamento, si fa testimone dell’amore di Dio.
Nella sinagoga c’è un uomo con uno spirito impuro. A una prima lettura sembra quasi che Marco unisca due momenti: la predicazione di Gesù e la messa a tacere dello spirito impuro. Non è così. Marco lega questi due momenti, perchè vuole mettere in evidenza gli effetti della nuova dottrina: stupore e paura. Le parole che escono dall’uomo sono chiare: “Sei venuto a rovinarci?”. Quante volte di fronte alla Parola di Dio non si è mosso anche dentro di noi questo pensiero? Il vangelo non dà garanzie, non preserva, non impedisce le esposizioni nella vita. Il vangelo scardina. Per questo, oltre allo stupore, mette in movimento le nostre paure e resistenze. Così esce quel grido dal centro della sinagoga, il luogo per eccellenza predisposto per il culto e per la preghiera: “Sei venuto a rovinarci?”.
Lo spirito impuro - ovvero il mondo delle nostre paure, delle nostre fragilità, delle nostre ansie – sa che il vangelo, l’insegnamento nuovo mette tutto a soqquadro, scardina, ribalta e propone una nuova dottrina di salvezza: l’amore. Per questo l’uomo ha paura. Chissà quante volte l’uomo è entrato in quella sinagoga, ha ascoltato, ha partecipato alla celebrazione, senza urlare. Ora urla, perchè ha timore. Ha paura di coinvolgersi, di essere interpellato, di essere chiamato a farsi a propria volta testimone dell’amore.
Gesù ora sta predicando. Probabilmente espone e chiama a vivere la grammatica dell’amore. Questo, tuttavia, è possibile, nel momento in cui anche noi riusciamo a dire ‘Taci!’ alle nostre paure, alle nostre resistenze e alle  retrosie a metterci in gioco. Lo spirito impuro quando esce dall’uomo lo strazia, perchè è uno spirito forte, non facile da vincere, aggressivo, ma va liberato per far dimorare in noi la nuova logica dell’amore.
La fuoriuscita dello spirito impuro, infatti, nel racconto di Marco permette la prosecuzione del sentire meravigliato, dello stupore perchè ciò che si è ascoltato, ora si è fatto vita, esperienza tangibile, incontro reale, relazione. Questo è vangelo.

Annalisa Margarino




22 gennaio 2012

Vivere come se

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

La seconda lettura della terza domenica del tempo ordinario ci mette di fronte a questo passo della lettera ai Corinzi, facendoci imbattere sul ‘come se’ paolino.
È un passo paolino inquietanto, di difficile comprensione.
Chi ha moglie o marito può realisticamente vivere come se non l’avesse? Anzi, se si trascura il legame affettivo viene a mancare cura, amore, attenzione al prossimo, ovvero tutto ciò che il vangelo invoca.
Può un essere umano afflitto dimenticare la ragione del proprio pianto? O una persona gioisa può mettere da parte il motivo della sua felicità? Può una persona che ha acquistato una piccola cosa vivere come se non l’avesse?
La reazione di fronte a questo passo è prettamente razionale. Non è possibile mettere da parte ciò che si ha e ciò che si è.
L’invito al ‘come se’ paolino però è anticipato da un annuncio: “Il tempo si è fatto breve”.
Sappiamo che Paolo credeva nella imminente venuta del Regno e nella conclusione per tutti del tempo su questa terra. Le sue lettere, quindi, sono intrise di questa tensione escatologica.
Però possiamo leggere ugualmente la lettera a partire dal senso dell’urgenza che accompagna il pensiero paolino. Il tempo si fa breve comunque per tutti, perchè la vita su questa terra non è eterna e siamo chiamati a fare i conti con la nostra transitorietà.
Vivere come se, allora, significa vivere non riducendo tutto a un’unica dimensione.
Vivi come se non avessi moglie o marito, non perchè tua moglie o tuo marito non sia importante e fondamentale nella tua vita, ma perchè la tua esistenza presenta anche istanze che vanno oltre i tuoi legami affettivi. Il rapporto con l’uomo o la donna con cui hai deciso di dividere la tua vita è nutrito da tutto te stesso, non solo dal fatto di aver compiuto tale scelta.
La tua tristezza e la tua gioia, allo stesso modo, non sono stati che ti identificano. Sappiamo che l’uomo ha due stati d’animo fondamentale, l’angoscia e  la speranza, però la sua vita è dinamica. L’invito paolino allora è di non identificarsi con uno stato dell’animo per quanto possa essere profondo, perchè la vita è più ampia, va oltre la tristezza, la rabbia, la paura, la gioia, la soddisfazione. Il tempo si è fatto breve, sembra dire Paolo, dilata il tuo sguardo.
Così anche i beni e le ricchezze. Sappiamo che Paolo non ha mai amato gli eccessi. Possiamo anche pensare che per un benessere a cui siamo abituati i beni siano necessari e a molti la crisi sta facendo sentire l’importanza di beni per soddisfare i propri bisogni, però sappiamo che non ci sono solo bisogni, ma anche desideri, sogni, istanze interiori, progetti di vita e Paolo ci ricorda: ciò che possiedi non ti definisce, non ti identifica, tu sei oltre.
Il tempo si è fatto breve perchè la nostra vita su questa terra non è eterna, ma il tempo è breve anche perchè, nel qui e ora, siamo continuamente sollecitati a fare verità sul come ci rapportiamo con gli altri, con noi stessi e le cose.
Il legame coniugale rappresenta i nostri rapporti con gli altri, gli stati dell’animo rappresentano il rapporto con noi stessi e, infine, i beni rappresentano il nostro rapporto con le cose. Sono le tre dimensioni del vivere umano, insieme al legame con Dio che qui non viene chiamato in causa, ma rimane costantemente implicito.
L’invito di Paolo può sembrare, a una lettura superficale, una sollecitazione al disprezzo per questo mondo. Forse c’era anche questo intento nel pensiero paolino, ma lasciamo parlare a noi oggi questo testo. L’invito non è al disprezzo, ma al sentire che tutto è transitorio e in vista di altro. Tutto è affidato. Tutto è donato. Paolo, così, ci invita a vivere grati e a valorizzare ogni istante del vivere, in un progetto e senso di appartenenza che va oltre.
Il ‘come se’ paolino ci costringe a rivedere la vita nel suo insieme. Basta  che ami tua moglie e tuo marito, per vivere dignitosamente i rapporti in questa vita?
È sufficiente la tristezza per chiuderti nel tuo mondo, o, viceversa, la tua gioia è un alibi per non sentirti arrivato? I tuo beni sono importanti, senza non potresti mantenerti, ma sai viverli secondo la logica del Regno per cui nulla è tuo, ma tutto è affidato? Riesci a  ricordarti,  rivedendo il tuo rapporto con gli altri, te stesso e le cose che su questa terra non sei solo, ma fai parte di un mondo popolato e sei in un progetto che va oltre te stesso?

Annalisa Margarino




15 gennaio 2012

Dove dimori?

Dove dimorì?
Dimoro dove c’è un uomo che domanda ascolto.
Dimoro dove c’è un uomo che domanda aiuto.
Dimoro dove c’è un uomo che ha fame e sete di giustizia.
Dimoro dove c’è un povero, uno straniero, un senza tetto, un affamato, uno smarrito.
Dimoro dove c’è una persona che cerca percorsi.
Dimoro dove c’è una persona che si è persa.
Dimoro dove c’è una persona che ha sbagliato.
Dimoro dove c’è una persona ferita.
Dimoro dove c’è una persona fragile.
Dimoro dove c’è un uomo che ha paura.
Dimoro dove c’è comunità.
Dimoro nelle solitudini dell’umanità.
Dimoro dove c’è contraddizione.
Dimoro dove c’è inquietudine.
Dimoro in tutte le forme d’amore.
Dimoro nel volto di ogni uomo.
Dimoro nella carne di tutti.
Dimoro dove c’è il male, sono morto in croce.
Dimoro dove c’è cura e attenzione.
Dimoro nella vita di ogni tuo fratello.
Dimoro nella tua vita.
Dimoro dove c’è esistenza.


Annalisa Margarino




6 gennaio 2012

"Poi aprirono i loro scrigni..."

“Poi aprirono i loro scrigni...”.
Cosa abbiamo da donarti oggi, Signore?
È tempo di crisi e di ricerca di nuove identità.
Non abbiamo nulla da donarti.
I Magi che venivano da terre lontane ti hanno donato oro, incenso e mirra. Questi materiali preziosi uscivano dai loro scrigni.
Cosa esce dai nostri scrigni in questi giorni? Esce spesso rabbia, disillusione, mancanza di prospettive, paura.
Alcuni di noi si sforzano di fare uscire altro, ma la nostra epifania è questa. Esce la nostra umanità.
I Magi si sono presentati a te con la loro, noi ci presentiamo a te con la nostra umanità, spesso disincatata, molto impaurita, apparentemente autosufficiente, ma fragile e smarrita.
Veniamo a te, in questa epifania.
Tu, invece, ti mostri a noi sempre nel mistero della tua incarnazione, di un Dio che si fa uomo perchè noi ci facciamo dei e che viene a insegnarci l’amore per l’altro, nel farsi totalmente come noi.
In questo giorno di Epifania ti mostri come noi, uomo. Ti mostri come noi, fragile e vulnerabile.
Ti sei mostrato come noi. Questo hanno saputo cogliere i Magi, quando sono venuti a visitarti da lontano. Erano stranieri, non conoscevano le profezie di Israele, leggevano le stelle, ma hanno saputo cogliere il mistero di un totalmente altro, un Dio che si è fatto uomo.
Hanno donato ciò che di più prezioso avevano.
Anche noi, in contemplazione, del mistero di te, Dio incarnato, vogliamo donarti ciò che di più prezioso abbiamo. Apriamo anche noi i nostri scrigni. Non esce oro, non esce incenso, non esce mirra, ma umanità. Esce un’umanità fragile, vulnerabile, disillusa e che, nonostante tutto, da molti angoli della terra grida l’istanza della dignità e dell’equità umana. Mistero di Dio fatto uomo, comandamento dell’amore incarnato, in questo giorno di Epifania anche noi apriamo i nostri scrigni e ci manifestiamo a te, mettendo da parte le nostre paure e le nostre angosce, che non neghiamo, ma anteponendo, in questo giorno, come dono, le nostre speranze e i nostri desideri, le nostre attese e i nostri sogni.
Ti sei fatto come noi perchè in ogni tempo, in ogni anfratto della terra qualcuno ascoltasse il tuo sogno sull’uomo, ovvero che ognuno di noi si faccia amore.
Non importa se non abbiamo oro, incenso e la mirra, ma abbiamo la nostra storia, la nostra vita, i nostri percorsi che costantemente sono chiamati a farsi dono.

Buona Epifania!

Annalisa Margarino




1 gennaio 2012

Un'antica benedizione

“Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.

Non c’è benedizione più bella di questa. A ogni inizio di un nuovo anno ritorna nelle nostre liturgie. È la benedizione mosaica che Dio affida a Mosè per Aronne e il popolo israelitico.
Il Signore benedice e custodisce.
Spesso la tradizione ebraica ci ha messi di fronte a un Dio che dice male, che si adira, che è deluso dai suoi figli. È tipico di ogni relazione che ci siano momenti di disappunto, delusione, stanchezza e sfiducia. Accade così anche al Dio creatore che dall’inizio dei tempi ha scommesso sull’uomo e ha scelto di dividere il proprio spazio con le creature dell’universo.
Questa benedizione però accompagna gli israeliti da sempre.
Dio benedice e custodisce.
Significa che Dio ‘dice bene’ dell’uomo.  È una parola che origina la vita: “Dio disse”.
Dio dice e le cose sono.
È una parola di desiderio che origina l’esistenza.
Per questo Dio, prima di tutto, benedice. Non basta però, occorre anche custodire.
Pensiamo a una pianta fiorita o piena di germogli. Se la natura con il sole e l’acqua, l’ossigeno e i fermenti della terra non si prende cura di questa, la pianta muore. Spesso serve anche la cura umana. Così vale per ogni vita che viene al mondo. Senza cura nulla facilmente ha seguito.
Dio, che è vita, per questo motivo, benedice e custodisce. Desidera e offre attenzione.
All’origine dell’esistenza, allora, c’è la cura di Dio.
Immediatamente viene l’obiezione su questa custodia di Dio. ‘Allora perchè...?’. Non so quante volte mi è stata posta questa domanda nelle mie lezioni in classe. È una domanda degli adolescenti, ma anche di noi ormai grandi. Perché questo Dio che benedice e custodisce fa sì che il mondo vada per la propria strada? È una domanda che forse torna più forte al termine di un anno e all’inizio di uno nuovo.
Dio si prende cura dell’uomo come una donna gravida. Una donna non può decidere come sarà il figlio che nascerà, non può plasmare il figlio al punto tale da farne una fotocopia, altrimenti ne annullerebbe la vita e l’unicità. Dio si prende cura, vegliando, come una madre in attesa di una nuova nascita.
Il prendersi cura di Dio si esprime nel farsi parte della vita, nello stare continuamente in attesa dei passi dell’uomo, nel condividere paure e desideri e nel cercare continuamente relazione con ogni essere umano.
Il Dio che ci benedice e ci custodisce, cammina con noi, nella storia, nei travagli dell’umanità e nutre con ciascuno di noi gli stessi desideri e speranze.
Il Dio che benedice e custodisce è un Dio che compatisce, partecipa, si immedesima, si coinvolge nel tempo di ciascuno.
La benedizione mosaica è antica e torna ogni anno ad accompagnarci. Stavano forse bene gli ebrei quando ricevettero la benedizione?
Erano nel deserto, in cerca di una terra, in fuga da un lungo esilio, smarriti e inquieti. Stavano scoprendo un Dio ancora ignoto che disperatamente cercava relazione  con loro. Non erano in tempi di pace.
Dio, come memoria, dà loro questa benedizione. Fa loro ricordo del suo amore da sempre: non disperate nella stanchezza, non piangete nello sconforto, non smarritevi nella confusione perché io vi accompagno da sempre, vi sono accanto, cammino con voi, sono nella vostra vita.
Sono il Dio che desidera e cura. Sono il Dio che ama.
La benedizione di Dio prosegue: “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Il Dio-con-noi è un Dio così vicino all’uomo che risplende davanti a lui e, benedicendolo, lo inonda di grazia. È un Dio che rivolge il proprio volto all’uomo. Non si volge indietro disinteressato, ma si coinvolge, guarda in faccia l’uomo, gli parla, cerca relazione.
Il volto di Dio è un volto che risplende, perché è un volto d’amore, un volto innamorato.
È un volto che si illumina di fronte alla creatura, perché abitato da desideri e speranze su ciascuno di noi.
È un volto che desidera la pace per ciascuno.
La benedizione antica, però, è abitata dal congiuntivo, perché Dio non impone, ma desidera. Scardina con la sua presenza, ma non violenta e il suo prendersi cura lascia continuamente margini di libertà.
Dio di continui passaggi. Dio che volge il proprio sguardo d’amore. Dio che continuamente desidera e spera, aprendo varchi nuovi di possibilità anche in mezzo a smarrimenti, crisi e deserti.

Il Signore benedica ciascuno di noi. Buon anno!

Annalisa Margarino




31 dicembre 2011

Te Deum meditato

È tradizione della Chiesa ogni anno il 31 dicembre recitare il Te Deum. La conclusione di un anno è occasione per ricondurre a Dio tutte le cose, benedire, lodare, ringraziare e pacificarsi, laddove manca pace e serenità. Condivido un Te Deum meditato perché ogni parola recitata possa rimbalzare dentro di noi e non rimanga un dire meccanico.


Noi ti lodiamo, Dio  

e lodarti significa benedire il tuo nome anche quando le forze vengono a mancare, anche quando i tempi sono bui. Lodarti significa concepire che ogni bene viene da te.
ti proclamiamo Signore.

Sappiamo che tutto ciò che è fa parte della tua creazione. Crediamo nel Regno che tu vuoi creare.
O eterno Padre,

Abbiamo tanti padri su questa terra, cerchiamo tanti padri putativi. Noi uomini abbiamo bisogno di padri, ma tu sei l’unico nostro Padre.

tutta la terra ti adora.

E noi vogliamo imparare ad adorare te, onorando la terra su cui tu ci dai da vivere.
 
A te cantano gli angeli  
e tutte le potenze dei cieli:

anche noi cantiamo a te. Non è solo degli angeli e delle potenze del cielo. Anche noi vogliamo unire la nostra voce di lode.

Santo, Santo, Santo

il Signore Dio dell'universo.

Rendici davvero capaci di santificarti con le nostre scelte, il nostro vivere, il nostro muoverci, il nostro camminare e il nostro relazionarci all’altro. Noi non siamo santi, ma fa’ che possiamo riconoscere ciò che santo viene da te. Tutto è neutro di per sé, nella vita di ciascuno, fa’ che possiamo farne un uso santo.

 

I cieli e la terra  

sono pieni della tua gloria.

Donaci questo sguardo orizzontale e verticale insieme, obliquo, per poter riconoscere ovunque la tua gloria. Donaci uno spirito attento.

Ti acclama il coro degli apostoli

e la candida schiera dei martiri;

La testimonianza dei martiri è per noi preziosa, memoria costante della sequela autentica e della verità proclamata non con parole e dogmi, ma con verità vissuta.

 

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;

Signore, fa’ che non vengano mai a mancare i profeti e nel nostro quotidiano rendici continui profeti di te per l’altro. Sia il nostro vivere una profezia.

la santa Chiesa proclama la tua gloria,

così sia!
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.

Sei un Dio dialogico, un Dio trino, il nostro adorarti nel Figlio e nello Spirito sia per noi fonte di comunione nelle diversità.

 

O Cristo, re della gloria,

eterno Figlio del Padre,

Tu e il Padre siete una cosa sola. Insegna anche a noi quel dialogo e quello sguardo costante e fecondo rivolto al Padre.

tu nascesti dalla Vergine Madre  

Ti preghiamo perché anche noi possiamo farci ventre gravido e accogliente della tua vita.
per la salvezza dell'uomo.

Dobbiamo credere con tutte le nostre forze in questa salvezza, altrimenti è vana la nostra fede.
 
Vincitore della morte,

amor vincit omnia! Hai vinto la morte per sempre.
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.

Non dobbiamo solo attendere perché quel regno venga e si realizzi, ma dobbiamo vivere come parte di quel regno, credendo di poter costruire un regno d’amore, giustizia e pace. Le logiche del potere, l’accaparramento del denaro, gli egoismi non sono contemplati in questo tuo regno.

Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.

Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

E noi non possiamo sapere come sarà questo tuo giudizio. Ciò che possiamo fare ora è vivere nudi davanti a te che ci scruti e ci conosci.

 

Soccorri i tuoi figli, Signore,

che hai redento col tuo sangue prezioso.

Fa’ che non dimentichiamo mai nel nostro vivere il tuo radicale atto d’amore, fonte per noi dei nostri piccoli preziosi atti d’amore.

Accoglici nella tua gloria

nell'assemblea dei santi.

Ma fa’ che già su questa terra viviamo in assemblea, nella nostra vita ecclesiale, ma anche nel nostro fare comunità in famiglia e a livello civile.  
 
Salva il tuo popolo, Signore,
guida e proteggi i tuoi figli.

Siamo figli, spesso fragili e disorientati, sia per noi guida il tuo vangelo e la vita di chi per primo si è fatto tuo discepolo nella radicalità dell’amore. Anche i santi ci mettono di fronte alle fragilità umane, ma ci testimoniano che la sequela va oltre il fragile, le asperità e le difficoltà.

Ogni giorno ti benediciamo,

lodiamo il tuo nome per sempre.

Benedicendoti e lodandoti, fa’ che l’atto di lode e benedizione non rimangano solo pure parole. La lode sia nel vivere e la benedizione nel considerare che ogni attimo, anche quando non comprendiamo, è dono tuo.

 

Degnati oggi, Signore,

di custodirci senza peccato.

Il peccato ci appartiene perché siamo fragili. Non possiamo liberarcene, ma possiamo riconoscerlo come differenza che ci distingue da te. Il primo peccato è non accettare la nostra costituzionale fragilità, fa’ che non sia mai così.

Sia sempre con noi la tua misericordia:

in te abbiamo sperato.

Speranza e misericordia non ci vengano mai a mancare. Tu, Signore, con la tua salvezza che si fa per noi misericordia, sei la nostra ‘speranza viva’.

 

Pietà di noi, Signore,

pietà di noi.

La tua compassione, il tuo patire con noi e per noi sono preziosi. Non possiamo vivere senza il tuo com-patire.

Tu sei la nostra speranza,

non saremo confusi in eterno.

Signore, la vita nostra spesso è confusione. Spesso proviamo paura e ci sentiamo smarriti. È una condizione che fa parte del nostro vivere e del nostro continuo cercare te. Oggi, a conclusione di un anno e all’inizio di un nuovo anno, ti ringraziamo anche per i momenti di smarrimento e confusione che, nel desiderio di ordine e pace, in quest’anno ci hanno riportati a te. Signore, ti ringraziamo perché la nostra vita non è perfetta, non è prestabilita e il nostro continuo cercare e interrogarci ci rimanda a te.

Ora ti affidiamo il nuovo anno nel desiderio di essere consapevoli che ogni attimo, ogni respiro, ogni sussulto di vita viene da te e torna a te.

 

 

Annalisa Margarino




24 dicembre 2011

Una nascita esposta

Questa notte molti di noi celebreranno la festa di un Dio avvolto in fasce in una mangiatoia. Fra qualche mese molti di noi lo festeggeremo appeso a un croce.
Immagini di un Dio umano. Un Dio che nasce e un Dio che muore perché, da Verbo, decide di farsi carne, come recita il Prologo del vangelo di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Luca (Lc 2,1-14) racconta con delicatezza questo mistero del Verbo incarnato.
Lo storicizza innanzitutto: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta”.
Il Figlio di Dio nasce in un tempo di censimento. Anche lui doveva essere contato tra i figli di Israele.
Mentre Maria e Giuseppe sono in cammino per compiere il loro dovere, Maria ha le doglie, si compiono i giorni del parto.
Gesù e la sua sacra famiglia – così li ricorda la tradizione – non verranno contati. Non entreranno nel censimento, perché il dovere civile viene surclassato da qualcosa di più grande: una nascita.
Una nascita spiazza sempre, cambia le dinamiche, l’ordine delle priorità.
È così che al tempo di Quirinio Giuseppe e Maria devono fermarsi. Si fermano a Betlemme, una piccola città della Galilea, in cerca di ospitalità.
Tutti immaginiamo la scena di quella notte: un uomo e una donna che bussano alle porte delle case di Betlemme per trovare un posto in cui dare alla luce il Figlio di Dio. Chi poteva sapere che era il Figlio di Dio? Chi poteva saperlo?
Non importa. Quella notte non fu dato posto a una nuova nascita.
Il Prologo parla chiaro: “E il Verbo si fece carne”. Doveva essere data ospitalità a una vita. Non importa se si trattava del Figlio di Dio o di un figlio qualsiasi.
Nascerà in una mangiatoia. La natura sa sempre concedere spazi alle nuove vite e così è accaduto anche in quella notte. La delicatezza di Luca narra quel momento: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Non c’è rabbia, non c’è indignazione, ma cura. La nascita domanda cura, non rabbia. La nascita domanda premura e attenzione. Maria con Giuseppe vengono sempre dipinti come disperati in quella notte. Invece no, cercano riparo. È questa la priorità nell’imminenza di una nuova vita, qualunque essa sia: un riparo, una fonte di calore, un rifugio, perché la carne che viene al mondo è debole.
Ormai da secoli nelle nostre chiese e nelle nostre case troviamo rappresentazioni di natività, ma cerchiamo di focalizzare l’attenzione a quel tempo. Un uomo e una donna, in una terra di mezzo, danno alla luce una vita nuova, dopo aver cercato rifugio.
Il Figlio di Dio nasce esposto. Non nasce in un luogo protetto.
Si è spesso portata l’attenzione al fatto che il Figlio di Dio sia nato nella povertà. Può nascere un bambino nella ricchezza? Nasciamo tutti da un grembo, senza nulla.
Ciò che fa eccezione è che il Figlio di Dio è nato esposto, tanto è vero che subito dopo viene annunciato ai pastori: “C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»”.
Anche i pastori sono uomini che vivono all’aperto, esposti, ma che, secondo la cultura del tempo, sanno ben difendersi. Giuseppe e Maria, invece, con la loro creatura tra le braccia sono indifesi. Il Figlio di Dio nasce indifeso, pura carne per poter stare comodo tra le fragilità dell’uomo.
Se fosse nato coperto, al caldo, ben servito avrebbe potuto apprendere da subito le fragilità umane, i brividi di freddo dell’umanità, gli stenti, le stanchezze?
Dio ha voluto imparare subito questa grammatica che espone il Figlio di Dio a braccia aperte in una mangiatoia dal primo giorno del suo essere carne tra altra carne.
Benedetto giorno dell’incarnazione che ci pone accanto un Dio così prossimo e così all’unisono con tutte le forme di umanità esposte.
Benedetto giorno dell’incarnazione che ci pone  un Dio comodo tra la scomodità.
Benedetto giorno dell’incarnazione che con delicatezza ci viene raccontato da Luca che riferisce la crudezza di una nascita.
Nasce esposto il Figlio di Dio per morire esposto.
Nasce comodo tra le scomodità per morire scomodo.
Nasce accolto da chi vive, a sua volta, esposto per farsi accoglienza di tutte le forme dell’umanità.
Nasce senza casa per esaudire il grande sogno di Dio: essere casa di tutti.
Sappiamo che Betlemme etimologicamente significa ‘casa del pane’. Dio nasce esposto perché vuole essere casa e pane offerto per tutti.
Benvenuti tutti a Betlemme in questa Santa Notte.

Buon Natale!
Annalisa Margarino




18 dicembre 2011

Natale in crisi

Ultima domenica d’Avvento, fra una settimana festeggiamo il Natale.
In questi giorni raccolgo affermazioni stanche, rassegnate, che esprimono il tempo in cui siamo: “Non sento aria di Natale”, “Questo Natale non lo sento proprio”, “Non c’è il clima natalizio”, fino a espressioni drastiche come “Odio il Natale”, “Questo Natale mi pesa”, “Non mi va di festeggiare Natale”.
Ho lasciato scorrere dentro di me queste affermazioni in questi giorni. Ho fatto preghiera ogni espressione di questo tipo. È Natale, in tempo di crisi.
Il Natale in tempo di crisi pesa. Il Natale in tempo di crisi non sembra Natale.
I regali sono ridotti, le cene più parsimoniose, le luminarie infastidiscono, il traffico per le strane innervosisce, l’idea di dover sorridere tra parenti e amici trasmette un senso di falsità.
È questo il Natale? No!
Benvenuto allora a te Natale in tempo di crisi che ci rimetti di fronte all’essenziale e che ci costringi a misurarci con il Natale vero, festa di un Dio che si incarna.
Si incarna tra sfarzi e ricchezze? No. Si incarna povero, in una capanna tra pastori e gente del posto.
Si incarna in un tempo di festa? No. Si incarna sotto un impero.
Si incarna nel riconoscimento? No. Persino i suoi genitori sono invisi e motivo di scandalo.
Si incarna in uno spazio di umanità affaticata, stanca, depressa.
I tempi di crisi, si sa, incutono depressione, rassegnazione, smarrimento.
Anche il tempo in cui nacque Gesù erano tempi di crisi, in cui l’uomo lottava alla ricerca di liberazioni materiali e interiori. Viene anche quest’anno in tempo di crisi.
Viene anche quest’anno tra noi, con cuori chiusi, delusi, stanchi, un po’ depressi.
Benvenuto Natale in tempo di crisi che ci costringi a non rimanere distratti davanti a un evento.
Quest’anno non ci saranno molte bottiglie da stappare, tanti regali da scartare e tanti cibi prelibati sulle nostre tavole. Ci sarà l’essenziale.
È il Natale della crisi. È il Natale che ci mette a tu per tu con il Dio che viene.
Ci mette davanti al Dio con noi, al Verbo incarnato che non è venuto tra brindisi, pranzi e festoni natalizi, ma in una capanna, in terra non sua, in situazioni limite, celebrato da pastori - i malvisti del tempo - e persone povere. Benvenuto Natale in tempo di crisi che incarni di più un po’ tutti noi. Ci fai mettere a confronto con la nostra carne, le nostre debolezze, il nostro stare al limite.
Forse non potremo aprire regali, ma potremo ascoltare di più le grida della nostra esistenza.
Forse non scambieremo falsi sorrisi, ma affetto e calore umano. È necessario in tempo di crisi.
Forse non ci limiteremo ad accendere illuminarie e ad appendere festoni e vischio alle porte, ma avremo la forza di riascoltarne il messaggio.
Forse sapremo guardarci più dentro. Benvenuto Natale in tempo di crisi che ci costringi a guardare la vita, a porci domande, a sentirci spezzati. Benvenuto Natale in tempo di crisi che snaturi il Natale per troppo tempo vissuto.

Annalisa Margarino




13 dicembre 2011

Lettera di Gesù Bambino in risposta alle lettere di tutti i bambini del mondo

Testo di Annalisa Margarino


Carissimo,

 

            lo so, sono trascorsi diversi anni dalla tua ultima lettera. Forse non mi scrivevi neppure perchè ti avevano abituato a scrivere a Babbo Natale. Forse i tuoi genitori non ti avevano proprio abituato a scrivere. A volte i genitori non educano ai sogni e ai desideri profondi.

Io sono sempre felice invece di ricevere le lettere dei bambini perchè tra le loro richieste di giocattoli e regali viene fuori il loro mondo.

Quante lettere mi sono giunte in ogni tempo e da tutte le parti della terra, anche le più povere.

Bambini che mi hanno chiesto di poter mangiare, almeno a Natale, il loro piatto preferito, bambini che mi hanno domandato un paio di scarpe nuove perchè il loro piedino era cresciuto, bambini che desiderano una maglia senza toppe, bambini che sognano una bambola o un trenino e bambini figli del consumismo che mi hanno domandato l’ultimo videogiochi alla moda.

Li ascolto tutti.  Non escludo nessuno. Ogni bambino che mi domanda qualcosa per me è importante. Ascolto il bambino che muore di fame e il bambino che è figlio della società dei consumi. Dietro ogni desiderio si cela un’esistenza e le lettere di Natale diventano per me come una fotografia del mondo.

Ovviamente non tocca a me esaudire i desideri dei bambini. È compito dei genitori e loro sanno come. I genitori poveri fanno spesso sacrifici per strappare un sorriso, i genitori benestanti fanno i regali quasi con disinteresse e a volte si interrogano sul troppo avere dei figli. Tutti sanno però che la vita non è questione di regali.

Non mi importano i regali che tutti o quasi ricevete a Natale, anche se sorrido e mi commuovo insieme al bambino che possiede poco quando riceve un regalo.

A me, però, importa leggere tra le righe delle lettere dei bambini del mondo che mi parlano anche di te che sei più grande e non mi scrivi più da tempo.

Mi domandano che papà possa riavere presto un lavoro perchè qualche mese fa l’ha perso per via della crisi.

Mi domandano di poter trascorrere qualche giorno insieme con mamma e papà, perchè sono mesi che vedono una settimana uno e una l’altro.

Mi domandano che la mamma sorrida, perchè ha l’aspetto sempre arrabbiato, triste, un po’ stanco.

Mi domandano che la sorella più grande smetta di fare quelle strane diete che la portano a stare male e che il fratello parli di più con loro, visto che ultimamente è sempre davanti al monitor del computer.

Mi domandano che l’anziana vicina di casa trovi un’amica o un amico perchè è sempre sola. Mi confidano che ogni tanto vanno a trovarla, ma che loro sono piccoli e non possono fare la spesa per lei.

Desiderano un momento in cui i grandi tornino piccoli e i piccoli diventino grandi per potersi capire.

Spesso poi nelle loro letterine i bimbi hanno sguardi ampi e mi domandano pace e uguaglianza nel mondo intero. Mi si allargano i polmoni quando i bambini mi domandano qualcosa per il mondo intero come la fine delle guerre e delle ingiustizie.

Spesso mi parlano del compagno o della compagna di banco che viene da un altro paese dove c’è una guerra e molta povertà e mi chiedono di prendermi cura di lei.

Mi domandano anche più equità.

Proprio in questi giorni un bambino mi ha scritto che i suoi genitori hanno molti soldi, ma il suo migliore amico ha sempre la stessa maglia e pensa che non abbia molti soldi. Mi ha domandato che io togliessi qualche soldo alla sua famiglia per darlo al suo amico. Molti adulti non ammetterebbero mai questo scambio, ma in tempi di crisi le sensibilità dei bambini parlano chiaro.

I bimbi che imparano presto a dire ‘io’ e ‘mio’ sanno anche rinunciare per qualcosa di più grande, più importante.

Un bambino mi ha scritt che i suoi genitori hanno diverse case che affittano e da cui traggono profitto e che lui vorrebbe che ne lasciassero una a chi non ne ha.

Sogni di bambini, sogni del mondo.

Io raccolgo tutte queste letterine che passano per le mani dei grandi e che spero che i grandi leggano tra le righe.

A volte però ricevo lettere un po’ tristi di bambini soli, abbandonati e delusi. Queste lettere le raccolgo dalle buche e da anfratti nascosti delle città di tutto il mondo e non passano per le mani dei genitiori e dei grandi. Scrivono direttamente a me, in silenzio, in segreto.

Leggendole, mi scende spesso qualche lacrima. Vorrei poter rendere felice uno solo di questi bambini che non hanno affetto, che hanno subito soprusi e violenze, che non conoscono carezze, che non possono ricevere istruzione, che non sanno con chi parlare, che non trovano attenzione e cura.

Le ricevo da sempre queste lettere. Ogni anno sogno di non riceverle più, ma arrivano puntuali come un pugno allo stomaco.

I bambini sono figli del tempo e soffrono i drammi del tempo. Spesso dietro alla sofferenza di un bambino c’è la ferita, il dolore, l’ansia, la paura, la sfiducia e il male di un adulto.

Raccolgo tutte queste lettere e le reinvio a voi questo Natale. Io non posso cambiare nulla. Non sono un mago. Il mio Vangelo però vorrebbe  insegnare l’amore. Sono venuto in mezzo a voi per questo.

Ti reinvio le mie lettere perchè voglio che ognuno si ami e ami di più.

Devi amarti di più e non come impone la tua società con culti strani e stravaganti, ma pensando ogni attimo che sei qui per dono e come dono di Dio. E, se sei dono, sei preziosoo.

Allo stesso modo devi pensare delle vite altrui di cui puoi aver cura con le tue attenzioni quotidiane, i tuoi gesti piccoli e grandi e le tue scelte.

Lo so, non puoi e non vuoi dare la tua casa ad un altro e so che ciò che guadagni, in realtà, è frutto di fatica e che spesso anche tu, forse, arrivi con fatica a fine mese, ma amati e ama gestendo al meglio i tuoi beni, prendendoti cura di ciò che hai, assumendo le tue responsabilità, non trascurando rapporti e relazioni e pensando che in questo mondo non ci sei solo tu. Se tutti penseranno così, ognuno sarà meno solo. Sono venuto per tutti e vengo ogni anno per tutti.

Ogni desiderio e ogni ferita dell’uomo mi appartiene, ma prova anche tu in questi giorni vicino al Natale a farti esistenza aperta.

È questo il mio desiderio, è questo il mio sogno sull’uomo. Vorrei solo questo, più amore e più disponibilità ad aprire varchi per l’altro, nel riconoscimento della complessità di ogni tempo e situazione, senza giudicare, ma comprendendo.

Le attese dell’umanità mi interpellano, anche le tue. Innanzitutto ti invito ad ascoltarle. Cosa veramente vuoi? Cosa sogni? Cosa desideri? Vi illudete di poter desiderare ogni cosa, ma avete paura ad ascoltare in profondità le vostre attese.

È questo il mio desiderio in questo tempo di Natale, che ti ascolti, che ti raccogli e rivisiti i tuoi sogni e desideri più profondi.

Voi uomini non vi ascoltate mai abbastanza, ma io intanto continuo a venire in mezzo a voi con l’imperativo dell’amore.

 

Buon Avvento! Buon Natale!

 

Gesù Bambino







12 dicembre 2011

Un Natale con la coda

Narrare  la storia di un topo, inserendosi consapevolmente in una tradizione  che parte dalla favola classica e arriva a noi passando anche  per … Geronimo Stilton ed il cartoon di Ratatouille? E’ questa la gioiosa e impegnativa sfida consapevolmente  accettata da Patrizio Righero nel suo ultimo racconto “Un Natale con la coda”: un libro per bambini capace di far pensare anche gli adulti, dove l’elemento grafico non si limita a una funzione decorativa, ma collabora a scandire gli sviluppi della vicenda e a veicolarne il messaggio. La matita e il pennello di Silvia Aimar hanno creato sfondi sfumati e veri e propri quadri su cui spicca la parola scritta e che coincidono con lo spazio della pagina. Alla predominanza dei colori freddi che accompagna le angosce del topino Zacchete si alterna quella dei colori caldi, con prevalenza del rosa, quando è di scena l’altra protagonista: una bambina solare ed equilibrata, che vive in città e passa le vacanze natalizie dai nonni in campagna, dove concretizza i valori di una sana educazione ambientale. La trama, di per sé, è semplice: per golosità, sbadataggine, presunzione, il topo finisce in trappola e andrebbe incontro a morte sicura se... Ma non si può dire tutto!
Le scelte lessicali con cui sono narrate le sofferenze, le recriminazioni, gli inutili tentativi di fuga di Zacchete, le sue attese e speranze ci suggeriscono l’esistenza di un secondo livello di lettura ; il topino prigioniero non è forse  metafora dell’uomo limitato, debole, peccatore, incapace di sconfiggere da solo il  male e la  morte , dell’uomo oscillante fra la disperazione e l’attesa più o meno consapevole di Qualcuno che venga a salvarlo? Emerge così un messaggio al contempo teologico e pedagogico. Un integrale sviluppo della personalità umana è quello in cui tutte le sue componenti, dalla razionalità all’immaginazione, interagiscono e si rafforzano reciprocamente; e questo circolo virtuoso è favorito dalla presenza della dimensione spirituale, dall’apertura alla salvezza donata da Cristo , vero Dio e Uomo perfetto.     

Anna Maria Golfieri


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P.Righero-S. Aimar, Un Natale con la coda, SDS Editrice, € 10,00



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