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26 giugno 2008

Bibbia e cosmesi: riflessioni sul profumo

 

 

Forse sembrerà fuori luogo, ma interpretare l’atto cosmetico alla luce dell’estetica biblica ci può aiutare a recuperare ad una riflessione antropologica alcuni aspetti apparentemente frivoli della quotidianità. Proprio perché scontati e “superficiali” può essere interessante tornare a rivestirli di significato, tanto più se immaginiamo tale riflessione come una provocazione da destinare ad un interlocutore adolescente, durante l’insegnamento dell’IRC.


Spruzzarsi del profumo addosso non è un gesto neutrale. Si adopera il profumo come ornamento o per comunicare qualcosa di sé. Si stabilisce quale usare – se se ne ha a disposizione più d’uno – in base all’occasione. Ci si profuma per piacere agli altri o per piacere a se stessi. Accingendosi ad acquistarne un flacone, lo si seleziona con cura estrema tra diverse fragranze, dopo una serie di prove. Lo si sceglie in base al proprio gusto, perché l’essenza va abbinata a chi la porta, ha in qualche modo “a che fare con la persona”. Esistono profumi da donna e da uomo, perché al di là dei fini commerciali esistono aromi che rimarcano la differenza di genere, che dicono della distinzione tra i sessi.

Il profumo rimane alla periferia del corpo: solitamente è applicato a parti di cute esposta, in modo che possa facilmente diffondere. Il profumo, infatti, per realizzare la sua funzione, va odorato e inspirato: da noi, prima di tutto, ma in particolar modo da qualcun altro. Si tratta perciò di una strategia comunicativa tutt’altro che epidermica e superficiale: chi ci sta attorno respira, ovvero fa entrare in sé qualcosa che proviene da noi, dalla nostra corporeità, dalla nostra persona. Il profumo ci permette di entrare nell’altro, di entrare in intimità con lui.

 

Per trattare la questione del profumo, partiamo riferendoci alla lingua ebraica. Ci sono due termini da considerare, entrambi usati dal Cantico del Cantici, forse uno dei testi più “profumati” della Bibbia.

Il primo è shemen (Ct 1, 3b):

·         «Profumo (shemen) olezzante è il tuo nome (shem)» (Versione CEI)

·         «Aroma che effonde è il tuo nome» (Nuovissima San Paolo)

·         «Ton nom est une huile qui s'épanche» (Bible du Jerusalem)

 

Nel testo la parola “shemen” è associata a livello sonoro e semantico a “shem”. Il nome rappresenta l’identità della persona, è la persona. Possiamo quindi leggere il versetto in questo modo: l’amato raggiunge l’amata come fragranza che entra in lei e l’inebria. L’amato si personifica nel profumo, e nel profumo dà tutto se stesso. L’amata dirà poi (1, 13):

·         «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, riposa sul mio petto» (CEI)

·         «Un sacchetto di mirra è per me il mio Diletto, pernotta fra i miei seni» (San Paolo)

 

L’identità dell’amato si è già insediata, inabitata sul petto, ovvero sopra il cuore della donna: ricordiamo che l’organo cardiaco, per l’antropologia semita, è sede della volontà e dell’intelligenza. Tutta la volontà dell’amata è rivolta ora verso questa nuova identità, e comunica con lei mediante il senso olfattivo.

A questo proposito, pensiamo anche alla celebre scena di Lc 7, 36 ss., dove la peccatrice rompe un vasetto di olio profumato con cui cosparge Gesù: il significato simbolico del gesto è che la donna ha offerto il suo shem attraverso il dono dello shemen; ha letteralmente versato se stessa.

 

Il secondo termine che incontriamo è reach (Ct 1, 3a), che ha le stesse consonanti di ruach, soffio, spirito.

·        «Per la fragranza (reach) sono inebrianti (tob) i tuoi profumi (shemen)» (CEI)

·        «I tuoi profumi sono soavi a respirare» (SP)

·         «L'arôme de tes parfums est exquis; ton nom est une huile qui s'épanche» (BJ)

 

Va evidenziato al centro del versetto il termine tob: questa parola ebraica indica tutto ciò che è “bello, buono e giusto” (cfr. NDTB, voce «Bellezza»): la perfezione, etica ed estetica assieme, di ciò che è conforme all’ordine della creazione. Nel racconto di Genesi, dopo ogni atto creativo, Dio guarda e vede che ciò che ha fatto è «tob»: si tratta della bellezza originaria così come prevista e stabilita dal Creatore. Il cosmo creato da Dio è bello, perché da lui stesso sistemato: kosmon rimanda appunto all’idea ellenica di “ordine”, e quindi di “cosa bella perché intelligentemente ordinata”. Non a caso, dalla medesima radice deriva anche la parola kosmetikon.

Ma torniamo al termine reach. Il profumo ha a che fare col soffio, col respiro, anche fisicamente, ma in senso traslato col Soffio che dà vita alle cose. Per lo stesso Cantico l’amore, che passa anche attraverso il profumo nella scena considerata, è potenza di Vita che si radica direttamente in Dio: come tale può sfidare la Morte e traghettare gli amanti e la loro umanità al di là del suo scacco (cfr. Ct 8, 6). Perciò il profumo, così come dice qualcosa della persona umana, dice qualcosa della divinità. La Sapienza creatrice di Dio, parlando di sé, si esprime in questi termini (Sir 24, 15):

·         «Ho diffuso profumo (osmen) come cinnamòmo, come balsamo aromatico e come mirra, come gàlbano, onice e storàce, come vapore d' incenso nel santuario» (SP)

·         «Comme le cinnamome et l'acanthe j'ai donné du parfum…» (BJ)

 

La Sapienza effonde un odore che non è solo esteticamente significativo: è forza vitale, capace di dare e suscitare vita. Tale energia si trasmette e riceve proprio mediante il senso dell’olfatto e il respiro (o soffio, cfr. Sal 104, 29).

Pensiamo poi che il profumo che riempiva il tempio rappresentava anche uno spazio dove la divinità poteva avvicinarsi agli uomini: la reach è così una condizione perché la ruach possa manifestarsi, e colmare la separazione tra cielo e terra, nell’incontro tra uomo e Dio – così come nel Cantico colmava la distanza tra gli amanti e li rendeva reciprocamente presenti e “respirabili”, interiorizzabili. In egual modo, nella cultura ellenica la divinità si rivela mediante il profumo che da essa emana (Cfr. GLNT, «osmè», 1381).

Partendo da questi punti si capisce perché i sacrifici dell’AT sono descritti come profumati; l’incenso stesso, usato nel culto, materializza la preghiera: la comunicazione dall’uomo a Dio adopera pure una strategia olfattiva. Il profumo del sacrificio o della preghiera è quindi il profumo della creatura, è di nuovo la sua personificazione, il passaggio della sua energia vitale: è nel profumo che si esprime e si dà la propria vita. L’offerta che Gesù fa di sé sulla croce è infatti per Paolo un «Sacrificio di soave odore» (Ef 5, 2).

Il profumo è allora sottile comunicazione e mezzo di vivificazione. Ma è per questo anche testimonianza: non a caso la Sapienza chiede agli uomini: «Mandate odore, fragrante come incenso.» (Sir 39, 14). Gesù parlerà di «sale della terra», evocando un senso, quello del gusto, che con l’olfatto ha un legame strettissimo.

 

Per concludere, una pur rapida scorsa della Scrittura ci svela come il profumo possieda una molteplicità di significati. Molti possono essere recuperati per la quotidianità: profumarsi significa parlare di sé, entrare in dialogo con l’altro. Oltre l’orizzonte intraumano, poi, il profumo diventa una manifestazione di gioia e di testimonianza al Dio della vita: è una celebrazione estetica di un’esistenza creata per essere bella e buona e per essere, soprattutto, donata ed effusa attorno a sé.  

Massimiliano Colucci



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